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Mondo ovale di Antonio Liviero e Ivan Malfatto

Il ct O'Shea attacca, ma è anche colpa sua

A dispetto dell'aria tranquilla e dei modi garbati, Conor O'Shea deve amare l'horror. In campo si è specializzato in spettacoli truculenti della serie vietato ai ragazzini delle under. Nel dopo partita invece la sua specialità è diventata quella di agitare la mannaia: da qualche tempo di fronte alle sconfitte senza precedenti della Nazionale minaccia rivoluzioni e tagli dolorosi a destra e a manca. Ma sabato a Edimburgo si è superato mettendo i brividi ai sempre più malandati club italiani. «In Irlanda, Galles e Scozia hanno saputo fare scelte difficili per il rugby di club investendo sulle franchigie» ha ricordato O'Shea. «Qualcuno ora dovrà mettere il proprio ego da parte a beneficio della maglia azzurra - ha poi minacciato -. Gli investimenti devono essere fatti nell'interesse esclusivo della nazionale, l'unica cosa che conta». E ancora: «Le decisioni che prenderemo daranno fastidio a qualcuno».

Sconcerto e spavento tra tifosi e dirigenti. A quale titolo il ct parla ex cathedra di questioni che non riguardano la tattica ma la spinosa sfera dello sviluppo del rugby italiano? Per il ct sarebbe più saggio concentrarsi sui problemi della sua squadra risolvibili senza bisogno di chissà quali rivoluzioni. A cominciare dalla condizione fisica. Perché l'Italia è tornata quella di una volta che crolla nei secondi tempi. Il fitness è una priorità, come il ct stesso ha sempre riconosciuto. Ma non può bastare qualche astuzia di coaching. C'è la necessità di programmare, investire risorse in uomini e progetti per fare un salto di qualità. Il rugby è uno sport di combattimento, puoi non essere veloce e bravo tecnicamente, ma dalla condizione fisica non si può mai prescindere.
Capitolo mischia ordinata. Che il dopo Castrogiovanni fosse complicato lo si sapeva. Ma essere passati dal mettere in difficoltà le prime linee dell'emisfero australe con i ragazzi Cittadini e Staibano, al rendimento allarmante di questo torneo, ha poche giustificazioni. Non dico che il pacchetto debba tornare dominante, ma a un livello normale sì. Stesso discorso per l'organizzazione della touche.

E che dire del gioco al piede? Disastroso. Tra mediani e primo centro ne serve almeno uno che sappia calciare a seguire e occupare il campo con precisione. Canna ha talento palla in mano, ma difficoltà nei calci tattici. Il fatto è che in Italia attaccare la linea sarà secondario almeno per i prossimi dieci anni, in attesa che cambi la formazione di base. Serve invece come il pane uno che possa farla avanzare con un piede efficace. Padovani può essere l'uomo giusto? Forse sì, e varrebbe la pena di vederlo un po' più avanti. Prima dell'infortunio il predestinato all'apertura era lui. Ma potrebbe anche essere provato primo centro come Farrell nell'Inghilterra. Il guaio è che con il ritiro di Masi non si trova nessuno che giochi estremo. Spetta allo staff trovare le soluzioni.
Condizione fisica, conquista, gioco al piede e aggiungiamo la difesa. Sono quattro aspetti su cui l'Italia può lavorare subito senza bisogno di scomodare riforme strutturali. Che, sia chiaro, restano urgenti in Italia, ma non nel senso elitario indicato dal ct. Quella strada è già stata percorsa. E gli esiti drammatici sono sotto gli occhi di tutti.

Mercoledì 22 Marzo 2017, 15:41
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