Mercante e diplomatico, l'harem d'Oriente visto da Niccolò Manucci

illustrazione di Matteo Bergamelli

di Alberto Toso Fei

VENEZIA - Il suo libro “Storia do Mogor”, che contiene i viaggi e le avventure di una vita, dettato contemporaneamente a una dozzina di copisti in lingue diverse nel 1698, descrive i contorni della corte del Gran Mogol indiano e offre una prima descrizione di un harem d'Oriente, che tanta letteratura avrebbe prodotto nei secoli successivi. La fortuna di quest'opera di Niccolò Manucci sarà perlopiù postuma, ma non si può certo dire che questo veneziano abbia vissuto una vita piatta. Anzi.

Nato a Venezia nel 1638, primo di cinque figli della modesta famiglia di un macinatore di pepe, non ancora quattordicenne si trasferisce a Corfù presso uno zio mercante, ma questo è evidentemente ancora troppo poco per soddisfare la sua voglia di avventura: così si imbarca clandestinamente su una tartana inglese diretta a Smirne, scampando al rischio di essere gettato in mare grazie all'intervento di Henry Bard, visconte di Bellomont.

È l'incontro fortuito che gli cambia la vita: al seguito dell'inglese attraversa l'Anatolia, il mar Caspio, la Persia e gran parte dell'India fino ad arrivare a Delhi. Ma Bellomont muore improvvisamente e il veneziano – ottenuto un incontro con il principe Dara Shikoh, primogenito del Mogol – entra nell'esercito imperiale come artigliere. Manucci vive un'altra, nuova vita: coinvolto nella lotta di successione al trono tra Dara e il fratello Awrangzeb finisce dalla parte degli sconfitti e – unico fra tutti gli europei coinvolti nei combattimenti a rifiutare l'amnistia – si rimette in viaggio per il Kashmir e poi per il Bengala, dove le sue insospettabili doti diplomatiche permettono ai gesuiti di costruire una chiesa. Riconoscenti, i chierici gli offrirono un incarico di portavoce presso il Mogol, assieme a un matrimonio vantaggioso...

Ma la sete di avventure di Manucci è lontana dal placarsi e il veneziano si rimette in viaggio verso le regioni centrali dell'impero iniziando a praticare la medicina, disciplina che non aveva mai smesso di studiare. La sua fama si accresce in breve tempo, e il veneziano racimola una discreta fortuna che dissipa completamente intraprendendo una fallimentare attività mercantile a Bombay. Riesce a evitare – ancora come diplomatico – un nuovo scontro tra il Mogol Awrangzeb e Maratha Sivaji, a capo della fazione induista e dopo alcune peripezie si rimette in viaggio, per una nuova ulteriore vita: raggiunge Goa, allora colonia portoghese e il 29 gennaio 1684 con la sua diplomazia la salva dalla minaccia dell'esercito di Sambhaji, figlio di Sivaji, meritandosi l'onorificenza dell'ordine di Santiago.

Decide che per il momento può bastare: si sposa con l'anglo-portoghese Helizabet Hartley, rinuncia per sempre a tornare nella sua Venezia e si dedica – oltre che alla medicina – alla stesura delle sue memorie, grazie alle quali noi abbiamo uno spaccato affascinante e fedele della vita in India e in Medio Oriente lungo la seconda metà del Seicento.

Il libro, che circola come manoscritto in diverse lingue, assume presto il titolo di “Storia do Mogor”, ed è arricchito da numerose miniature, ma non sarà pubblicato prima del 1907. Uno di questi manoscritti – consegnato all'inizio del Settecento al Senato della Serenissima – si trova oggi alla Biblioteca Marciana. Nel 1706 alla morte della moglie si trasferisce sulla costa orientale del Deccan francese. Muore nel 1717.
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Lunedì 20 Marzo 2017, 11:05






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1 di 1 commenti presenti
2017-03-21 11:19:47
Grazie per questa bellissima biografia, e per il bel ritratto. Ennesimo veneziano migrante, scappato dalla sua terra natia per evitare di lavorare schiavo delle tasse imposte dal Renzi di turno!...