«Vajont, noi sopravvissuti dimenticati dal Comune»

«Vajont, noi sopravvissuti dimenticati dal Comune»

di Raffaella Gabrieli

LONGARONE Il paragone è infelice. Però Micaela Coletti è un fiume in piena. Come quell'onda che a soli 12 anni le portò via sia la mamma che il papà. E lei oggi, dopo 55 anni, chiede solo che il dramma del Vajont venga ricordato per quello che realmente fu: dolore, sofferenza, annientamento emotivo. «A dir la verità lo faccio ormai da tempo - afferma la presidente del Comitato dei sopravvissuti del Vajont - ma inascoltata. Forse sono scomoda. Basti pensare che ad oggi (ieri 7 ottobre ndr) non ho ancora ricevuto il dépliant-invito con le iniziative per ricordare la tragedia del 9 ottobre 1963».

Perché ritiene di essere una figura scomoda?
«Per come veniamo trattati io e il Comitato. Com'è possibile, ad esempio, che si sia l'unica associazione di Longarone a non avere una sede? Ce l'avevamo fino a 3 anni fa in una stanza di un edificio, di fronte al municipio, salvatosi dalla distruzione. Una delle poche parti rimaste della Longarone vecchia. Ma nel momento in cui il sindaco Roberto Padrin venne sostituito dal commissario prefettizio, in vista della fusione con Castellavazzo, siamo stati sfrattati di punto in bianco con una lettera che parlava di criticità statiche dello stabile. Peccato che ad oggi nulla sia stato fatto per metterlo in sicurezza»

 Ci sono altri episodi che le fanno affermare di essere esclusa?
«Altroché. Nel 2002 sono stata una delle prime persone a diventare informatore della memoria ma in questi 16 anni mai nessuno mi ha chiesto di accompagnare un gruppo. Altro episodio accaduto nel corso del 2018: un amico voleva offrire in dono a Longarone una statua in ferro battuto, raffigurante l'acqua sopra la diga. Ho rivolto il desiderio al sindaco, sia a voce che via mail, proponendo di porre l'opera nel portale del cimitero. Sono passati sette mesi e non ho ricevuto nessuna risposta. Tant'è che l'omaggio è stato girato agli alpini di Bassano i cui volontari diedero un contributo prezioso nelle fasi di soccorso».

Cosa vorrebbe proporre?
«Ritengo ci sia bisogno di non parlare solo della diga, di quanto è alta, della sua tenuta, ecc. Vanno spiegate, soprattutto alle nuove generazioni, le emozioni e i sentimenti che persone come me, sopravvissute a un dramma immane molto spesso rimaste sole, hanno provato allora e provano tuttora. Perché l'acqua ha ucciso quasi 2mila persone ma ha anche svuotato l'esistenza a chi è rimasto. Io, ad esempio, sono crollata allora, a 12 anni. E oggi mi ritrovo a sopravvivere. Ho perso mamma, papà, sorella, nonna. Solo la salma di mio padre venne ritrovata, riconosciuta perché aveva addosso i documenti. Ma da quando è stato rifatto il cimitero, nel 2002-05, non sono più nemmeno sicura di fermarmi sopra i suoi resti. Perché il nuovo cippo è sostanzialmente distante da dove c'era la vecchia tomba. E quindi, dato per assodato che sotto non è stato spostato niente, da chi mi fermo in preghiera? Anche il papà di una mia amica risulta in un'altra collocazione: se prima era sotto a mio papà, ora è a fianco. Ed è sufficiente il confronto di due foto di prima e dopo l'intervento per rendersi conto di ciò. Sinceramente, l'ennesima beffa».

Ha occasione di raccontare tutto ciò?
«Per farlo ho girato l'Italia in lungo e in largo. E ho raggiunto anche vari paesi europei ed extraeuropei. Le uniche realtà che non mi invitano, guarda caso, sono quelle longaronesi. A cui non auguro di dover provare una tale sofferenza. Io invece sento forte in me il diritto, che è anche un dovere, di raccontare. Di narrare quel 9 ottobre 1963 ma anche ogni singolo giorno dopo, fatto di atroci ricordi e di profonde sofferenze accentuate dal fatto che non ci viene consentito di esternarle».
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Lunedì 8 Ottobre 2018, 12:41






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5 di 7 commenti presenti
2018-10-08 19:07:27
Direi che dopo 55 anni si potrebbe anche evitare ipocrisie!!
2018-10-09 10:08:50
chiedere scusa, macellai
2018-10-08 17:22:00
Premettendo che cerco di comprendere il dolore di coloro che si sono trovati in quella situazione (non ci riuscirò mai abbastanza) mi sembra che si cerchi di ottenere dei vantaggi più che diventare paladini della memoria.
2018-10-08 16:37:28
La tragedia del Vajont è diventato uno slogan per attirare pseudo turisti ai quali dei oltre 2000 morti non interessa nulla. Io superstite di quella tragedia non faccio parte di nessun comitato per rispetto di chi quella sera lasciò la sua anima fra le macerie, e che i vivi usarono per riempirsi le tasche del vile denaro anche se a loro non spettava nulla; ricordo ancora la frase di mia madre “Siamo stati fortunati non abbiamo perso nulla e nessuno dei nostri cari, abbiamo per solo degli amici, e quel denaro non ci spetta e non ci serve”. Avevo 10 anni nel ’63; ma altri nella nostra stessa situazione se ne approfittò. Certo che il dolere di quel giorno si cancellerà con la mia morte, ma fino ad allora sono fiero dei miei genitori che quel giorno m’insegnarono a vivere e non a piangermi addosso.
2018-10-08 12:58:14
La Signora ha messo un dito nella piaga, anche allaluce della tragedia di Genova.Non solo la vecchia sede e' instabile,il cemento armato non e' eterno...metti che la diga del Vajont, ora poderosa ed apparentemente intatta a tenga 5 , 10, 15 mila anni, e poi???se crolla cosa trattiene tutto il materiale depositato dietro?Son cavoli dei POSTERI , che "per noi non hanno mai fatto niente...non possono neppure votarci".