BLOG
Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Assayas e i fantasmi di una Personal shopper
Kristen Stewart, un corpo tra paura e desiderio



La giovane Maureen ha da poco perso il gemello per una malformazione cardiaca, una patologia che mette a rischio anche la sua vita. È una medium al pari del fratello e adesso nella casa dove Lewis ha trascorso i suoi ultimi giorni prima di morire aspetta un suo segnale dall’aldilà, una promessa che il ragazzo aveva fatto quando ancora era in vita. Maureen fa la personal shopper a Parigi di una celebrità dei media. Ma le è proibito provare gli abiti, le scarpe e quant’altro prima di comprarli.
Olivier Assayas (meritata miglior regia a Cannes 2016) non smette di sorprendere, con un cinema sempre dinamico e imprevedibile, coraggioso e problematico, su figure che attraversano la contemporaneità in cerca di un proprio posto, di un significato alla loro esistenza. “Personal shopper” scandaglia così soprattutto lo spirito (delle cose, degli uomini) servendosi del cinema di genere (mistery, thriller, horror) per negarlo in continuazione, contaminando la realtà con una sospensione fantasmatica in modo spiazzante, disturbante, aggressivo e con un personaggio che attraversa l’intero film, riassumendo le mille ossessioni di oggi: dalla paura di se stessi e degli altri, al desiderio di capire se la vita nasconda altro oltre a quello che vediamo e conosciamo.
Assayas eleva Kristen Stewart (e soprattutto il suo corpo) a icona funzionale all’oggi, regalandole dopo “Sils Maria” un altro ruolo con il quale forse liberarsi definitivamente della sua immagine legata alla saga di “Twilight”. Curioso semmai è notare come pur passando al centro dell’azione (in pratica è sempre presente), il suo personaggio confermi la lateralità di quello precedente in “Sils Maria”, all’ombra come allora di qualcuno: c’è perfino una sequenza in treno a ricalco, ma tutto il film è un controcanto al precedente capolavoro.
Una regia che osa (e meno male che c’è qualcuno che osa), attraversando impercettibilmente più volte il confine tra materiale e immateriale, visibile e invisibile: magnifico, al riguardo, tutto il sottofinale in hotel, di memoria lynchana, come straordinaria è la sequenza della vestizione, impeccabile omaggio a “Vertigo”, il cui erotismo trasgressivo (Maureen si libera di una propria paura/desiderio) divampa nell’implacabile geometria di interni asettici e fintamente rassicuranti. Film non facile, ma da non perdere.
Stelle: 4


MAL DI PIETRE: MA IL FILM FA PIU' MALE - Gabrielle (Marion Cotillard) sposa un uomo che non ama, dopo essere stata rifiutata da un professore. Finisce in una spa per curare un problema che mette a rischio la sua gravidanza, dove incontra un tenente reduce dalla guerra in Indocina (un improbabile Louis Garrel), con il quale avvia una disperata relazione.
Con “Mal di pietre” Nicole Garcia, in concorso l’anno scorso a Cannes, firma un melò tetro e autopunitivo (con un finale a sorpresa, che avrebbe meritato tuttavia ben altra soluzione), con un personaggio insopportabile e un manierismo didascalico di pura superficie. Cinema ammuffito, nonostante qualche provvidenziale ellissi, ma con troppi finali per una durata peraltro eccessiva (sfiora le 2 ore). In compenso si segnala una Cotillard generosa nel mostrare il proprio corpo.
Stelle: 1½

Sabato 15 Aprile 2017, 00:02
COMMENTA LA NOTIZIA
0 di 0 commenti presenti
SEGUICI SU FACEBOOK
SEGUICI SU TWITTER