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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Tra il silenzio di Dio e altre verità nascoste
Scorsese e Zemeckis fanno le cose in grande


Forse il cinema di Martin Scorsese non è mai stato così vicino a comprendere il significato di ogni comportamento umano, in relazione al pensiero che governa il nostro confronto con tutto ciò che appartiene “al di là della vita”.  È un bisogno che il regista rincorre dall’alba del suo cinema e non solo nelle evidenti tappe come “L’ultima tentazione di Cristo” e “Kundun” che sembrano appartenere a un’ipotetica trilogia sulla fede, da cattolico con uno sguardo fortemente laico. Così il percorso verso una sacralità si contamina con tradimenti, abiure, martìri e torture, perché nulla può davvero assecondare l’ostinata volontà a professare il proprio credo, se questo comporta la morte di altre persone: nemmeno Dio sarebbe d’accordo, o almeno a noi così può sembrare, come accadde verso la fine del film, dimostrando che ogni integralismo è perdente.
Siamo nel Giappone del 1600 dove forte è la repressione verso i cristiani, quando due gesuiti (padre Rodrigues e padre Garupe, rispettivamente Andrew Garfield e Adam Driver) lasciano il Portogallo alla ricerca di padre Ferreira (Liam Neeson), che sembra aver abbracciato il buddismo. I due religiosi cercano di scoprire se ciò sia vero, intenzionati anche a proseguire l’evangelizzazione di quelle popolazioni.
Partendo dal romanzo di Shūsaku Endō e da un progetto che risale a una trentina di anni fa, Scorsese (qui di nuovo con l’apporto alla sceneggiatura di Jay Cocks) con "Silence" affronta, come non mai in forma materica, la ricerca della spiritualità, togliendo al proprio cinema ogni aggiunta emotiva, compresa la minima traccia musicale (qui composta solo da “suoni”; e pensando a tutto ciò che ha fatto in passato è davvero sorprendente…), dove la potenza del film si esprime in una ricerca ieratica dell’immagine, al costo di rendere anche faticosa la visione e ponendo il vero scontro più che sulla conflittualità delle diverse religioni (e di una situazione storica che andrebbe analizzata più profondamente), sulla disperata contrapposizione tra la parola degli uomini e il silenzio di Dio, che poi è alla base della fede.
Tra echi di Conrad e il suo cuore di tenebra e andando nella direzione opposta al più recente Malick (qui rintracciabile non solo per l’uso della voce over, ma per il rapporto dell'uomo con l'infinito, l'eterno e un'Entità superiore), Scorsese approda definitivamente al senso più radicale della “violenza”, espressa in ogni sua forma, tema fondamentale del suo cinema, dove la sacralità è fatta soprattutto di oggetti (grandiosa l’ultima immagine, che ribalta prospettive e agnizioni) e la fede si appoggia a un silenzio spaventoso, che in un film di parola ha lo stesso valore che il buio dà alla luce.
Stelle: 4


ALLIED: IL CINEMA SUL FILO DI ZEMECKIS - Che tutto il cinema di Zemeckis viaggi tra verità nascoste e sul filo di una classicità rimodellata all'interno della narrazione rileggendo i codici estetici dei "generi", non è una novità. Logico quindi che "Allied" rappresenti uno dei punti più entusiasmanti di questo percorso coerente e intrigante, dove echeggiando "Casablanca", il gioco delle spie e dei terribili sospetti, durante la II Guerra Mondiale, mina una storia che a metà film sembra perfino risolta e chiusa e che invece si spalanca a orizzonti inaspettati. Cinema all'ennesima potenza, di scrittura, di scelte estetiche (meraviglia per una scena erotica in auto nella tempesta di sabbia, per un parto sotto le bombe e via continuando), di classicità e lettura dei generi eccetera (il war movie, il thriller, il mélo...), dove Brad Pitt e Mario Cotillard frantumano le loro certezze, in un gioco di ambiguità e dubbi (molto hitchcockiano). Film bellissimo e con un finale totalmente straziante e pessimista, che ricorda il Pitt di "Se7en", anche allora chiamato a una scelta che in ogni modo lo avrebbe condannato.
Stelle: 4
 

Sabato 14 Gennaio 2017, 10:55
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