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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Gold, la grande fuffa: non è oro e non luccica
Sole cuore amore: 3 parole, tanta perplessità


Non è oro e non luccica. Più che una grande truffa, “Gold” di Stephen Gaghan sembra una grande fuffa. Due ore in cui l’obbligo principale si direbbe quello di far emergere il talento di Matthew McConaughey, delirante ormai da tempo dentro protagonisti sempre debordanti, qui colto anche in flagranza trash, tra mutande disordinate, nudità quasi sfatte, pancia e lato b in evidenza; il resto (vicenda, altri personaggi, sviluppi narrativi, riferimenti storici e politici) finisce in un calderone generico, che sembra la copia sbiadita di quei film che poggiano la loro necessità su un inganno colossale, anche perché Gaghan sembra distante, sia di tempo che di idee, da “Syriana” che l’aveva fatto notare ormai più di due lustri fa. E certo se vuoi stupire con queste genialate, dopo tutto un filone che va da “La stangata” a “American Hustle” e se vuoi raccontare gli squali della finanza dopo i recenti “Margin call”, “La grande scommessa” e ovviamente “The wolf of Wall Street” (dove McConaughey viveva di una folgorante apparizione) non puoi accontentarti di guidare col pilota automatico.
Siamo negli anni ’80 e Kenny Wells (McCounaghey), uomo d’affari in crisi, fonda una società con il controverso geologo Michael Acosta (Édgar Ramírez, troppo trattenuto da una sceneggiatura squilibrata), che si dice convinto di aver trovato l’oro nelle foreste impenetrabili indonesiane. Da lì tra vertiginose scalate in Borsa e altrettanti repentini crolli, cambiamenti di prospettiva aziendale e trucchi di vario genere per depistare amici e nemici, si arriva a una resa di conti, che puntualmente si dimostra illusoria, prima del vero finale, dove l’inganno dovrebbe raggiungere il suo senso più sorprendente. Se tutto questo fosse vero, il film procederebbe per sbalzi nervosi e invece la regia si accontenta di restare in un anonimato inerte, accontentandosi di ripercorrere gli snodi della vicenda attraverso qualche accavallamento temporale e una voice over invadente; oltre ovviamente a consegnare praticamente tutto l’interesse nella performance del protagonista.
La corsa all’oro (fortemente emblematica nel bellissimo, recente documentario “Dawson city: frozen time”), diventa così solo l’ennesima parabola del Sogno americano (più volte evocato direttamente), giostrato nel modo più subdolo e menzognero, ma senza diventare potente dimostrazione di una società che non bada a spese pur di raggiungere il proprio scopo, in piena esaltazione yuppista.
Stelle: 2


SOLE CUORE AMORE: TRE PAROLE E TANTA PERPLESSITA' - Punto 1: forse sarebbe davvero il caso di smettere di usare titoli di canzoni per un film; punto 2: abbiamo già un giovane disoccupato che sembra poco interessato a trovare un lavoro, una moglie che praticamente compie ogni giorno un’odissea dall’alba a sera per andare a lavorare in un bar dall’hinterland a Roma centro: qual è il bisogno di assegnare a questa coppia ben 4 figli? Per addizionare ulteriore dolore e tormento a una situazione di sopravvivenza drammatica? Ne bastavano 2 o anche uno solo, la storia non avrebbe modificato il suo trend disperato, ma metterne 4 senza spiegare perché (i genitori non sembrano nemmeno fan religiosi) è una scelta quasi tafazziana; punto 3: se racconti due storie a intarsio che hanno ovviamente punti in comune, una non può avere un interesse spropositato rispetto all’altra, peraltro turbata da una specie di maledettismo strisciante; punto 4: se racconti una storia ruvida e disperata, non puoi dare una continua rilevanza concettuale (dalla danza alla musica, usati come tessuto liberatorio o sottolineatura spleen), perché il film smarrisce forza, vigore e perfino indignazione, specie se il montaggio alternato diventa meccanico.
“Sole cuore amore” di Daniele Vicari si perde purtroppo dentro questi vuoti: peccato perché la storia (almeno quella che vede Isabella Ragonese, bravissima protagonista) sarebbe interessante come teatro di un nuovo proletariato, un campo perfetto per raccontare un’altra Italia di oggi quella fuori dai tg e dai giornali, ma bisognerebbe essere Loach o i Dardenne. E invece il cinema italiano continua spesso solo a bisbigliare e ad accreditarsi un’autorialità che spesso fa solo danni.
Stelle: 2 
 

Sabato 6 Maggio 2017, 09:16
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