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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Brilla il tramonto di Nico
L'uomo di neve si scioglie subito



Vincitore di Orizzonti all’ultima Mostra di Venezia, è uno dei film italiani più interessanti dell’anno. A sorpresa: i timori della vicenda erano fondati. Primo perché avventurarsi in biografie (anche anti) con personaggi così iconici e provvedere a smantellarne il mito, seguendo comunque lo stesso percorso dell’artista in questione, è un’operazione ambiziosa, che può risultare maldestra; secondo perché Susanna Nicchiarelli, la regista di “Nico, 1988”, al suo terzo lungometraggio aveva fin qui destato perplessità con i suoi due film precedenti, “Cosmonauta” e soprattutto “La scoperta dell’alba” dal romanzo di Walter Veltroni. E invece se la prima parte forse subisce ancora gli effetti ingrippati di una narrazione che non evita i tanti dialoghi e si lascia catturare da alcune situazioni didascaliche specie nella parte italiana, la seconda, da Praga in poi, liberata da ogni ormeggio convenzionale, si declina con uno sguardo europeo, capace di catturare una personalità così complessa e borderline, senza maledettismi a orologeria ma con una sensibilità rara, grazie anche alla monumentale recitazione di Trine Dyrholm, qui in veste anche di cantante, com’era in effetti in gioventù.
A partire dal titolo la presenza dell’anno subito dopo il nome è la dimostrazione di come la Nicchiarelli volesse concentrarsi solo sull’ultimo periodo della vita di Nico (che era tedesca e si chiamava Christa Päffgen), morta sulla soglia dei 50 anni, per un banale incidente in bicicletta a Ibiza. E d’altronde Nico stessa, dopo la folgorante carriera di modella e di musa warholiana, nonché presenza dei Velvet Underground, ha fatto di tutto per cancellare il suo passato, come puntualmente viene ricordato nel film, dentro e fuori le sue annoiate interviste: di quei tempi ricorda soprattutto come si facessero continuamente di lsd ed è per quello che vuole essere chiamata con il suo vero nome e non quello d’arte. Intrapresa la carriera di solista, Nico ha tracciato un suo percorso personale (che è quello del film), cercando invano di scacciare quell’immagine iniziale.
Ricostruendolo soprattutto con le testimonianze del figlio Ari (mai riconosciuto da Alain Delon, che nel film viene sostituito da un fotografo), la Nicchiarelli svela un intenso ritratto, cupo e disperato, ma anche dolentemente desideroso di serenità interiore, dove le performance musicali (“Nibelungen” a cappella e “Ari’s song” mettono i brividi) rappresentano la sintesi degli accadimenti tragici e grotteschi, cui Nico non riesce a sottrarsi. E quando si parla meno, ci si emoziona di più. Mescolando pochi ma disturbati materiali d’archivio firmati da Jonas Mekas con la carica fisica ed emotiva di un’attrice che domina un’artista così ingombrante (e più cerca di allontanarsi, più le assomiglia), il film è in definitiva un road movie esistenziale con momenti folgoranti. Non è poco.
Stelle: 3½


L'UOMO DI NEVE: CHE DELUSIONE - Travagliato in fase produttiva e fortemente tormentato in quella realizzativa con progressivo slittamento di registi, da Martin Scorsese (che alla fine è comunque produttore esecutivo) fino allo svedese Tomas Alfredson, che è riuscito tuttavia a portarlo in qualche modo in porto, “L’uomo di neve” è un thriller svuotato di ogni tensione, dominato da una struttura confusa e abbandonato a un destino sufficientemente crudele a dispetto delle grandi aspettative.
In effetti l’attesa contava sul primo trasporto cinematografico della serie dedicata al detective Harry Hole, il settimo nell’invenzione letteraria del norvegese Jo Nesbø, uno degli autori consacrati di gialli nordici; e soprattutto sulla folgorante carriera del regista Alfredson, che con soli due titoli (“Lasciami entrare”, uno dei capolavori dell’horror di inizio millennio, e il magnifico “La talpa”, micidiale spy story da John le Carré) si è assicurato una maestria non comune, giocata soprattutto su una sorprendente qualità estetica e una narrazione spietatamente geometrica. Tutto questo purtroppo non si trova qui. E purtroppo molta colpa è probabilmente in quella movimentata fase di preparazione.
Siamo in Norvegia, tra Oslo e Bergen. Da alcuni anni scompaiono donne, che poi vengono trovate selvaggiamente assassinate, fatte a pezzi. Tutte hanno dei figli, ma di nessuno si conosce il vero padre. Su questo dramma collettivo s’insinua la mente malata di un serial killer, che invano la polizia norvegese cerca di scovare. Dell’Alfredson migliore resta, ora ridotta a tentativo, la capacità di creare l’incubo attraverso il paesaggio (ma le ardite strade nordiche sono da carosello) e di usare le condizioni meteorologiche per spingere nell’animo umano una irrequietezza disturbata (il killer agisce in presenza di nevicate, lasciando come traccia un pupazzo di neve), ma lo sgomento è rarefatto e la tensione gli scappa di mano.
Non aiuta nemmeno il cast griffato, dallo sciatto Michael Fassbender, che dà il meglio di sé quando sembra uscire da uno spot di Intimissimi, alla inespressiva Charlotte Gainsbourg e alla banalmente grintosa Rebecca Ferguson; non meglio va il contorno da Toby Jones a Val Kilmer, fino a J.K. Simmons. Insomma un fiasco. (adg)
Stelle: 1½


 

Venerdì 13 Ottobre 2017, 10:05
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