Vincenzo Dandolo, l'agronomo veneziano stimato da Napoleone

L'agronomo Vincenzo Dandolo nel disegno di Matteo Bergamelli

di Alberto Toso Fei

VENEZIA - Nella sua spezieria di San Fantin, all’insegna di Adamo ed Eva, importò dalla Francia e mise in opera un moderno laboratorio chimico, ma nello stesso tempo insediò un salotto filosofico e politico nel quale discuteva delle scoperte scientifiche più recenti così come delle nuove idee illuministe. Dopo la caduta della Serenissima prese parte attiva alla nuova Municipalità filo-francese, ma “tradito” dalla cessione di Venezia all’Austria col trattato di Campoformio andò in esilio volontario a Milano. Ma Vincenzo Dandolo fu soprattutto un agronomo di grande valore, che migliorò la vita di moltissime persone.

Figlio di Abram Uxiel, un ebreo convertito che aveva scelto il nome di Marc’Antonio Dandolo, e di Laura Steffani, si appassionò alle scienze grazie all’attività del padre, che era chimico di professione. Laureatosi giovanissimo all’Università di Padova, iniziò a tradurre e pubblicare diversi testi scientifici e nel 1791 curò la prima edizione italiana del “Trattato elementare di chimica” di Antoine-Laurent de Lavoisier. Nato a Venezia il 26 ottobre 1758, visse il declino politico e istituzionale della Serenissima con insofferenza ma mise comunque le sue conoscenze al servizio di uno Stato che non amava, come quando intervenne teorizzando il miglioramento dei pozzi e delle cisterne della laguna e del Lido. Quando la Repubblica di Venezia cessò di esistere divenne uno dei primi membri del Comitato di salute pubblica, distinguendosi per le dichiarazioni piene di rancore verso la “tirannia” del vecchio governo aristocratico.

Fu inviato a seguire le trattative in vista di Campoformio, che si misero subito male per Venezia (“Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto; e la vita, seppure ne verrà concessa, non ci resterà che per piangere le nostre sciagure, e la nostra infamia”, ne scrisse Ugo Foscolo, che pure aveva esultato per la caduta della Serenissima): ebbe con Napoleone Bonaparte un colloquio tempestoso, che non fece cambiare idea al generale corso ma del quale conquistò la stima e la fiducia per la franchezza dimostrata.
Dopo la cessione di Venezia all’impero asburgico, a Milano e poi a Varese (dove costruì “l’Annunciata”, una villa all’interno di una vasta tenuta che divenne luogo di ritrovo per scienziati, agronomi ed esuli politici) assunse diverse cariche nel governo della Repubblica Cisalpina, ma nel 1799 fuggì per un periodo a Genova, rientrando nella capitale lombarda solo dopo la battaglia di Marengo. Nel 1806 Bonaparte lo nominò governatore della Dalmazia, dove introdusse la coltivazione della patata, aprì diverse scuole e fondò “Il Regio dalmata”, un giornale in italiano e croato di natura essenzialmente economica.
Dopo il 1809 iniziò a sottrarsi alla vita pubblica, senza rinunciare a una instancabile attività riformatrice ma soprattutto alla sua vera passione: l’agronomia. Col tramonto delle fortune di Bonaparte si trasformò definitivamente in un imprenditore agricolo moderno e innovatore, attento alle scoperte tecniche e sempre pronto ad accogliere proposte e novità, come quando introdusse in Lombardia la patata e iniziò – senza fortuna – l’allevamento delle pregiate pecore spagnole “merinos” che tentò di incrociare con varietà italiane.
Gli andò meglio con la coltivazione del baco da seta, grande ricchezza per l’economia di quel secolo e di quella lombarda in particolare: nella sua tenuta aprì una scuola agraria specializzata, e introdusse un sistema che consentiva notevoli risparmi razionalizzando il procedimento di incubazione e sviluppo dei bachi; la sua nuova bigattiera, che da lui prese il nome di “dandoliera”, fu adottata in tutta Italia ed egli stesso ne scrisse in due volumi: “Il buon governo dei bachi da seta” e la “Storia dei bachi da seta governati coi nuovi metodi”, entrambi del 1816.
Suo figlio fu lo scrittore Tullio Dandolo; i suoi nipoti Emilio ed Enrico si distinsero, nel 1848, nei moti che a Milano contribuirono a scacciare gli occupanti austriaci e fecero da preludio alla nascita dello Stato Italiano. Ma Vincenzo Dandolo non lo seppe mai: morì a Varese il 12 dicembre 1819.

Lunedì 16 Aprile 2018, 13:47




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