Barraud dalle ferite al Bataclan al sogno svanito di giocare ancora a rugby: «Così sono rinato dal dolore»

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Barraud dalle ferite al Bataclan al sogno svanito di giocare ancora a rugby: «Così sono rinato dal dolore»

di Paolo Ricci Bitti

Due anni fa a Parigi nella notte del Bataclan il rugbysta francese Aristide Barraud, allora in forza al Mogliano Veneto nella massima divisione italiana e prossimo alla convocazione in azzurro grazie alle norme sull'equiparazione, venne gravemente ferito insieme alla sorella Alice. In questi giorni è uscito il libro in cui il giovane giocatore racconta come è scampato alla morte e come è tornato a vivere in uno scenario che non era quello per cui ha lottato in questi due anni.


Il testo, l’epico testo, era già scolpito nelle tavole di marmo, pronto anche per un grande film: il rugbysta, per antonomasia campione senza paura, combatte contro il più terribile degli avversari (in questo caso addirittura il terrorismo islamico), viene ferito, cade, soffre, si trova a un passo dalla morte, ma infine si rialza, recupera le forze e infine torna a lottare sui campi cinti dalle porte ad H.
The end. The happy end. Applausi. Occhi lucidi.

Invece il rugbysta Aristide Barraud non ha scritto il grintoso libro “Se tu vuoi, tu puoi”, manifesto già letto in tante declinazioni, soprattutto quelle sportive appassionate di “come back”, anzi, di "grand retour": il ventottenne francese si è guardato una volta di più allo specchio per vedere quel povero corpo martoriato dalle raffiche di kalashnikov dei jihadisti, quella povera anima dilaniata tra ferrea volontà e doloroso realtà, e ha messo definitivamente da parte la mitologia a buon mercato. E ha scritto “Mais ne sombre pas”, da oggi in libreria in Francia (editore Seuil), come anticipa nell’edizione odierna il quotidiano L’Equipe. Un viaggio nella sconfitta per quella che veniva ritenuta la battaglia più importante: tornare a essere un giocatore di rugby come sognato fin da bambino. Ma al tempo stesso un viaggio nella speranza, una dimostrazione che se il destino ti fa cambiare strada, anche a costo di inaudite sofferenze, può essere per accompagnarti in altre vallate serene.

Il titolo potrebbe essere tradotto, alla lettera, “Non affondare” oppure “Non lasciarsi prendere dalla disperazione”, ma magari un auspicato editore italiano troverà di meglio dopo aver tradotto queste 175 pagine con l’aiuto dello stesso autore che conosce bene l’italiano. E il latino, perché il titolo richiama il motto "Fluctuat nec mergitur" (Sbattuta dalle onde, ma non affonda) della città di Parigi i cui abitanti l'hanno pure scritto sui muri dopo l'ondata di attentati di due anni fa.  Se non fosse stato centrato nella notte del Bataclan dalle pallottole dei terroristi davanti al ristorante Petit Cambodge la sera del 13 novembre 2015, Aristide Barraud, di Massy, alle porte di Parigi, avrebbe vestito di lì a pochi mesi la maglia azzurra perché di mediani di apertura (registi, numero 10) di qualità il rugby italiano ha sempre bisogno. E lui, dopo aver giocato anche nella serie A francese, era già stato inserito nell’elenco dei convocabili nella nazionale italiana perché aveva già trascorso tra anni fra Piacenza e Mogliano, vincendo anche la classifica di miglior marcatore nella massima divisione.



Dopo essere scampato alla morte, dopo aver difeso con il proprio corpo la sorella minore Alice, colpita a un braccio dalle raffiche, dopo averci – nonostante quelle ferite nella sua carne – messo la faccia con dichiarazioni in sostegno di una società multirazziale, multireligiosa e multiculturale, dopo tutto ciò Barraud per un anno e mezzo ha affrontato un calvario di cure, fisioterapie, interventi, riabilitazioni. Voleva tornare a tutti i costi a giocare a rugby ad alto livello da professinista, lui che pure dopo il liceo Classico ha studiato cinematografia alla Sorbona. Si è allenato in Francia, si è allenato a Mogliano dove il club ha continuato e continua a garantirgli aiuto e amicizia, poi però nello scorso aprile il suo corpo ha intensificato i segnali di allarme. Stop, fermati, sennò muori, caro “Ari”. Anche tutta la forza di volontà di questo mondo non poteva pagare il conto per quelle tre pallottole che gli avevano sbriciolato cinque costole, trapassato un polmone e una coscia e frantumato una caviglia.

Barraud, dopo aver perso più della metà del sangue, si era salvato per quel suo cuore “da bue” che aveva spinto i medici a tentare una disperata operazione. Ma ora al giovane mediano di apertura continua a girare la testa per i farmaci salvavita assunti in forti quantità, continua a mancare il respiro per quelle costole faticosamente ricostruite, continua a non mettere su abbastanza muscoli. Come sopportare, in queste condizioni, i contatti del rugby? I placcaggi? Le cariche degli avversari?

Ancora una volta è stato il giornalista Alex Bardot a raccogliere le parole di Aristide (oggi sull’Equipe), così come aveva fatto per l’intervista più potente nella trisecolare storia del rugby nel marzo del 2016. Allora il giocatore raccontò tutto quello che stava sudando per tornare in campo, sicuro di potercela fare. Rilanciando anche il messaggio universale che deve, dovrebbe, fare da bussola dopo ogni attentato: “L’amore è più forte dell’odio”.

Nelle ultime settimane di stesura del libro si è esiliato in un piccolo centro in riva al mare in Bretagna, per calmare il dolore del corpo con lunghe nuotate nel mare gelido, per ascoltare nell’eco del vento quello che gli bolliva dentro. Dolore, rabbia, delusione, speranza. “A volte sono stato preso da un’ira irrefrenabile, ho spaccato mobili, suppellettili. Mi sembrava di impazzire. Mi sono sentito una stupida bestia. Non volevo cedere alla sofferenza, ma poi, alla fine, era lei a vincere. I medici mi hanno detto che il cervello ha una riserva di dolore che non è infinita: una volta ho banalmente urtato un spigolo con il mignolo di un piede. Una sciocchezza. Invece sono caduto a terra con le convulsioni. Rendermi conto che non avrei più potuto giocare mi ha fatto più male degli squarci delle pallottole, ma mi sono dovuto rassegnare. Volevo, voglio vivere mille vite, rinuncerò a una di esse”.

Il cammino per accettare questa rinuncia non è ancora terminato, dice Barraud che nei prossimi mesi si trasferirà a Venezia (“Una città che mi infonde tranquillità”) anche per essere di nuovo vicino agli amici del suo club di Mogliano, cittadina che l'ha insignito della cittadinanza onoraria. “Quante volte ho sognato di giocare ancora con loro, quante volte ho creduto di sentire l’odore degli spogliatoi, i canti delle trasferte. E come era amaro il risveglio senza poter passare un pallone, calciare fra i pali. Ma adesso mi sono detto che per almeno tre anni non mi occuperò più di rugby (come allenatore o manager) anche se ho ricevuto tante proposte in Italia e in Francia”.

Scrivere il libro gli ha fatto bene. “E’ come se mi fossi lanciato una ciambella di salvataggio durante la tempesta dei sentimenti che mi tramortiva. E ora spero che possa essere io a lanciare quel salvagente a chi, fra i lettori, si sente in difficoltà. Mi sono detto che il mio libro doveva essere bello, anche nel raccontare circostanze dure; che fosse utile agli altri e che fosse onesto, anche a costo di passare per una persona debole. Niente mitologia, piuttosto volevo raccontare l’altra faccia della medaglia di questo percorso”.

Un percorso per forza di cose vissuto alla giornata. Prima Barraud, al risveglio in ospedale, si è ripromesso di non morire, poi di camminare, poi di correre, poi di giocare a rugby. “Sono io che decido della mia vita, mi ripetevo. E ora non rinnego quei pensieri perché è stata quella determinazione, quellì sì caratteristica dei rugbysti, che mi ha salvato la vita, che non mi ha fatto affondare nei momenti più brutti, che mi ha tirato su dalla merda. L’orgoglio, in questi frangenti, è una potente medicina. Poi però sono passato a un altro mantra ugualmente potente, lucido: non è colpa mia. Non è che non mi sia impegnato abbastanza per tornare a giocare, anzi, i medici si sono pure spaventati per questa mia determinazione. Quando, con grande fatica, ho confidato la mia rinuncia a Giorgio (Da Lozzo, preparatore atletico del Mogliano, ndr), che mi ha seguito con una passione incredibile nella riabilitazione, lui mi ha abbracciato come un figlio: “Ma ti rendi conto di quello che hai passato?”. Forse per la prima volta da dopo la notte del Bataclan mi è venuto da piangere. Adesso so bene che il fallimento in questo obiettivo non è una mia colpa e che posso considerare l’attentato e quello che ne è seguito come una rinascita, una seconda infanzia per ripartire verso nuove mete che ancora non ho ben individuato ma che, mi conosco, mi stanno aspettando”.

Il lieto fine, insomma, c’è anche in questo a volte amaro, a volte dolcissimo, sempre travolgente e commovente libro di “Ari” Barraud, un ragazzo che non è affondato anche se gli è stato portato via un sogno: ed è forse più adatto alla maggioranza di noi - rugbysti o no - poco portata all’epica scontata del ritorno del campione.

 
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Giovedì 19 Ottobre 2017, 03:30






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