Rassa Piave, il romanzo storico di una terra: un dizionario del nostro dialetto

Rassa Piave, il romanzo storico di una terra: un dizionario del nostro dialetto

di Vittorio Pierobon

Una vita per un libro. Anzi tre volumi per un totale di oltre 2.400 pagine. Chiamarlo Vocabolario etimologico etnografico del dialetto di Jesolo e del bacino del Piave e del Livenza, com'è scritto in copertina, è molto riduttivo e dispersivo. Rende più giustizia L'albero degli zoccoli del Piave, come sintetizzò efficacemente Giorgio Lago, quando una quindicina d'anni fa ebbe per le mani una bozza ancora molto incompleta del lavoro. Nei tre tomi non c'è solo il significato dei 10.308 lemmi censiti, ma il romanzo storico della rassa Piave raccontata dalle testimonianze di centinaia di persone che con il loro spicchio di storia personale hanno costruito, mattone su mattone, parola su parola, questa monumentale opera. Quasi un filò trascritto su carta per evitare che la nebbia del tempo avvolga il ricordo della civiltà contadina, su cui è cresciuto il Nordest.
LA RISCOPERTA DI UNA LINGUA
Per avventurarsi in una simile pazzia ci voleva tanto amore per la propria terra. Quello che ha Egidio Bergamo, una vita da mediano della scrittura, come direbbe Luciano Ligabue. Capo bibliotecario in Comune a Jesolo, corrispondente del Gazzettino del 1962 («Il mio primo articolo? Il dramma di un contadino che aveva fatto 13 al Totocalcio, ma che si era fatto mangiare la schedina da una gallina») e una grandissima passione per la raccolta di testimonianze del territorio. Un collezionista di memorie. Ha cominciato da bambino, negli anni Trenta nelle campagne di Cavazuccherina, come si chiamava Jesolo prima di diventare una delle capitali del turismo balneare, ascoltando i racconti dei contastorie («Mi raccomando, contastorie con la o») che andavano indietro nel tempo fino alle ultime decadi dell'Ottocento, e quelle dei nonni, i patriarchi di una tribù di 23 persone.
IL CONTASTORIE
L'italiano non esisteva, solo dialetto jesolano, che Egidio vorrebbe chiamare lingua del Piave. Una lingua con tante varianti, perché bastava cambiare paese per accorgersi di sfumature diverse nella pronuncia, se non addirittura dell'uso di parole diverse. La mentalità del bibliotecario, e gli studi umanistici in seminario, hanno aiutato Bergamo a catalogare ogni parola. Una raccolta durata quasi settant'anni, che l'ha portato a intervistare migliaia di persone e a raccogliere una serie di racconti e aneddoti che lui ha disseminato nelle pagine dei tre volumi: 1.157 ricordi, 2mila proverbi e 389 storie, tutto scritto in dialetto e tradotto in italiano.
È questa la parte più preziosa dell'opera: la Spoon River delle genti jesolane. Ma è sbagliato pensare che il vocabolario riguardi solo Jesolo. Bergamo ha risalito il corso del Piave e del Livenza censendo tutti i comuni che hanno tra loro un legame idiomatico. Sono 103, sparsi nelle province di Venezia, Treviso, Belluno e Pordenone, da Sappada a Sacile in Friuli. E per dimostrare il denominatore comune linguistico ha fatto tradurre uno stesso racconto nei 103 dialetti parlati nei comuni, mettendo così a confronto diversità e affinità.
«Il giacimento in cui Egidio ha affondato la sua penna, come una sorta di badile del lessico scrive Francesco Jori nella prefazione all'opera ha il grande merito di riportare alla luce la parlata corrente della civiltà contadina del Piave e, al tempo stesso, la sua storia, le sue usanze, i propri valori, la vita quotidiana».
PAROLE E DETTI SCOMPARSI
Riemergono parole praticamente scomparse, modi gergali e locuzioni da commedia goldoniana, storie e usanze. Chi si ricorda cosa vuol dire insiigàr (strozzare, rattrappire, strizzare), oppure repissa (la ricetta medica che si presentava al farmacista), o ancora articioc (carciofo) e anaròt (anatroccolo). Il tutto corredato da preziose foto d'epoca, recuperate in archivi e collezioni private, che aiutano ad immergersi nell'epopea descritta nel libro-vocabolario.
«Ho cominciato il mio lavoro di ricerca senza accorgermene racconta Bergamo ho sempre avuto la passione per i dialetti. Da bambino alla sera mi divertivo ad ascoltare i racconti dei vecchi. Quando ho fatto il militare ero felice, perché ero a contatto con giovani che venivano da tutta Italia, parlando dialetti che per me erano musica. Ma la vera stesura del vocabolario è cominciata nel 1991, quando sono andato in pensione. A un certo punto ho avuto paura di essermi avventurato in un'impresa troppo grande per me».
L'imprimatur per Bergamo è venuto dal professor Manlio Cortelazzo, quando era ordinario di Dialettologia all'Università di Padova e considerato uno dei massimi glottologi italiani. «Mi sono recato da lui verso la fine degli anni Novanta, l'ho aspettato fuori dall'aula dove insegnava a Padova. Gli ho portato un po' di pagine del mio lavoro e ho atteso trepidante come uno studente dopo un esame. Il professore ha letto in silenzio per un po', poi si è messo a sorridere e mi ha guardato dicendomi: E' proprio il pezzo che mancava per completare la conoscenza del dialetto veneto. Vada avanti, quello che sta facendo è un lavoro molto importante».
E Bergamo non aspettava altro. È andato avanti e ora, dopo 27 anni di stesura, e almeno altrettanti in precedenza di ricerca, è pronto ad andare in stampa. Siamo alla correzione delle bozze, ma trattandosi di 2.400 pagine anche questo sarà un lavoro lungo. «L'obiettivo è uscire per la primavera del 2018». Nell'anno del centenario della Vittoria sul fronte del Piave. E per Egidio Bergamo, brillante ultraottuagenario, la pubblicazione del suo Vocabolario sarà davvero una vittoria.
 
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Venerdì 10 Novembre 2017, 05:03






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3 di 3 commenti presenti
2017-11-12 13:44:36
molto difficile concentrare tutte le "sfumature" e oserei dire i vari dialetti in una unica lingua però ritengo molto interessante avere a disposizione molte parole per la stessa cosa che chiamerei sfumature
2017-11-11 19:55:02
Il dialetto vicentino non dice queste parole, ne dice altre. Questo vuol dire che insegnare la "lingua Veneta" nelle scuole è già un diretto fallimento. Ognuno si deve tenere il suo " dialetto-lingua" e come lingua ufficiale va benissimo l'italiano, visto che ormai lo sappiamo leggere, scrivere e parlare. Io da parte mia, parlerò sempre come mi hanno insegnato da piccolo, ossia col mio dialetto e non con altri, anche se poi ci capiamo lo stesso.
2017-11-11 09:21:01
bravissimi!