Lunedì 19 Giugno 2017, 09:36

L'ex arbitro che auita i ragazzi. «Quel politico che ci donò tutta la sua liquidazione...»

Aldo Bertelle

di Edoardo Pittalis

Chi è Aldo Bertelle?
«Un contadino ed è vero, poi sono diventato un contadino del mondo educativo. Vengo da una famiglia che ha conservato tutto il positivo e anche il fatale di quel mondo. Mio nonno morì sul Tagliamento nel 1917 dopo Caporetto e affidò al figlio di sei anni le sorelline e la mamma. Il tempo faceva diventare i bambini subito adulti. La vita mi ha riservato una fanciullezza difficile, ma strada facendo ho capito che Dio è un eccellente ragioniere che non sbaglia i conti».

A Facen di Pedavena, proprio dove le colline diventano montagne, la Comunità di Villa San Francesco accoglie decine di ragazzi in difficoltà e li aiuta soprattutto a studiare, li prepara al lavoro e alla vita. Oggi ci sono anche: Marcelle, di origini brasiliane, che è la prima che fa il ginnasio dopo 42 anni; in cucina c'è Jodit che viene dall'Etiopia, è qui da 11 anni, ha il diploma dell'Alberghiero e un contratto. E c'è Issa che viene dal Mali e lavora con contratto regolare. È così da quarant'anni, prima era una colonia del Cif di Venezia per bambini fragili, poi è diventata la loro casa: in meno di settant'anni ne sono passati seimila. La Villa apparteneva all'ingegnere Ugo Gobbato, direttore dell'Alfa Romeo che fu ucciso da partigiani a Milano nei giorni della Liberazione. La famiglia donò la villa per trasformarla in una casa per bambini bisognosi. Era il 1948 e incominciò il cammino che porterà alla Comunità. Aldo Bertelle, 64 anni, c'è da quando era studente e non è più andato via. 

Come è arrivato a Villa San Francesco?
«Questa era una colonia e serviva qualcuno che sostituisse le due vigilatrici che dovevano assentarsi per il concorso magistrale. Tutto è incominciato così, era il 13 dicembre giorno di Santa Lucia. A me piaceva fare l'università e, soprattutto, fare l'arbitro di calcio e avevo davanti una brillante carriera. Ho dato le dimissioni e per anni mi sono tappato le orecchie davanti alla radio per non sentire parlare di pallone. Poi il 31 ottobre 1974 è arrivata una telefonata da Venezia. Era Maria Monico, la presidente del Cif, urlava che dovevo andare a Facen per sette giorni perché la direttrice era stata ricoverata. Alla Monico nessuno diceva di no, nemmeno i patriarchi, la chiamavano la generalessa. La povera direttrice morì di broncopolmonite e io sono ancora qui che aspetto un sostituto».

Come ci si prepara a capire le sofferenze degli altri?
«Un giorno ho trovato mia madre paralizzata nella stalla dove stava mungendo. Ho imparato che la sofferenza è una componente normale della vita. Mia madre non poteva muoversi e non poteva parlare, tre mie zie analfabete venivano e stavano là mute, in silenzio. Ma c'era un dialogo tremendo tra di loro. A me è servito per capire come avvicinarsi al mondo della sofferenza, per capire cosa vuole dire la solidarietà. La vita della famiglia ruotava attorno alla cucina grande dove stava mia madre paralizzata. La riabilitazione era domestica, a base di massaggi di canfora e di grappa. Era data per morta, ho ancora dentro la testa l'urlo di mia sorella venuta dalla Svizzera, col vestito nero per il lutto: Ma mare la cammina! . Poi ebbe un altro attacco e non parlò più. Ma noi per anni continuavamo a parlare con lei, sapevamo che ci capiva».
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