Il massacro nella notte di Gorgo:
quando il Nordest scoprì il terrore

I coniugi Pelliciardi

di Angela Pederiva

Fu una notte a dividere il prima dal dopo. Una notte di dieci anni fa, quella tra il 20 e il 21 agosto 2007. La notte in cui Gorgo al Monticano, fino ad allora semi-sconosciuto paesino della provincia trevigiana, diventò lo spaventoso set di un film dell'orrore, tanto tremendo quanto vero: marito e moglie, il 67enne mantovano Guido Pelliciardi e la 60enne pordenonese Lucia Comin, derubati di 600 euro e barbaramente uccisi dopo essere stati massacrati e torturati nella dépendance della villa di cui erano custodi da appena cinque mesi. Nel decimo anniversario di quello scempio, che segnò un doloroso spartiacque nella percezione e nelle politiche della sicurezza a Nordest, riavvolgiamo il nastro insieme ad Antonio Fojadelli, l'allora procuratore di Treviso che ci confida: «Ancora adesso ho i brividi».

IL SANGUE - Eppure ci volle un bel po' di sangue freddo, davanti a tutto quel sangue innocente. I due corpi martoriati furono ritrovati intorno alle 3 del mattino da Luigi Trezza, all'epoca guardia giurata dell'istituto di vigilanza Carniel, insospettito dalla luce accesa e dalla porta aperta nell'alloggio di servizio alla residenza della famiglia Durante, industriali in vacanza. Il metronotte allertò la centrale operativa, dove in servizio c'era Daniele Pelliciardi, unico figlio della coppia: fu proprio lui a chiamare l'ambulanza e i carabinieri, prima di accorrere sul luogo della strage. Rammenta al riguardo Fojadelli, allertato dal suo sostituto Valeria Sanzari, alle ultime ore del turno: «A volte si dice: ne ho viste tante. Ma di così gravi, mai. Scene da non descrivere nemmeno». Dovette farlo il medico legale Massimo Montisci, nella relazione in cui ricostruiva l'inaudita ferocia con cui Guido e Lucia erano stati trucidati: 180 colpi di cacciavite e di spranga. (....)

IL FANTASMA - Fojadelli rimane convinto che ce ne fosse pure un quarto, in aggiunta ad Alin che fu il primo a confessare, a Naim che si è sempre addossato solo la pianificazione di un furto, ad Artur che il 20 dicembre 2007 si impiccò in galera. «Il suo suicidio rimarca l'ex capo della procura inficiò gravemente l'inchiesta. Riteniamo che Lleshi si tolse la vita perché, dopo averci dato alcune vaghe indicazioni sul complice che commise materialmente con lui il duplice delitto sotto l'effetto della cocaina, non resse alle minacce. Se il killer avesse parlato, sarebbe scattata la vendetta sulla sua famiglia, in Albania. Lo so, dal punto di vista realistico, il quarto uomo appare come un fantasma: solo un'impronta, nessuna telefonata. Ma abbiamo la certezza morale che furono in due ad ammazzare i coniugi Pelliciardi. Quanto a Stafa, siamo convinti che non abbia mai ammesso di aver organizzato e diretto la carneficina per non violare il suo codice criminale». I tre furono fermati il 4 settembre. «Non dimenticherò mai - rivela il magistrato -  attualmente in pensione la telefonata che la collega Sanzari mi fece alle 4 del mattino. Tre sole parole: Li hanno presi...».

COSA RESTA Oggi del massacro di Gorgo restano due condanne definitive (per Bogdaneanu a 18 anni, per Stafa all'ergastolo), il mancato risarcimento della famiglia Pelliciardi, le telecamere del piano di videosorveglianza esteso al territorio provinciale. E un nuovo sentimento di paura, come lo descrive il sociologo Gianfranco Bettin in Gorgo, il libro che problematizzò da sinistra il tema della sicurezza, a lungo appannaggio della destra: «In parte è prodotto da singoli episodi e dall'eco che suscitano nella vita reale delle persone. In parte è una creazione insieme emotiva e politica, che balena e si ricompone progressivamente nell'universo dei media e nella sua rifrazione negli occhi, nella testa, nel microcosmo e nella vita di ognuno». Dieci anni dopo, quel gorgo è ancora dentro di noi.
 


 
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Martedì 15 Agosto 2017, 05:03






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