Brexit, dalle dogane alle banche, paura no-deal. Per l'Italia in ballo oltre 23 miliardi di euro

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Dalle dogane alle banche, paura no-deal. Per l'Italia in ballo oltre 23 miliardi

di Giusy Franzese

ROMA Tra i più preoccupati ci sono i produttori di Prosecco. Nella City e dintorni ne vanno pazzi, tanto che ormai la metà delle bottiglie esportate del tipico vino bianco prodotto in Veneto e Friuli sono stappate nei ristoranti, nei bar, anche nei pub inglesi. Nel 2018 secondo le stime della Coldiretti le vendite di Prosecco Dop hanno raggiunto un valore di 350 milioni di euro, con un aumento del 6% rispetto al 2017. Cosa succederà se il divorzio dalla Ue dovesse avvenire senza accordo? I produttori temono barriere tariffarie e caos alle dogane con procedure tali da interrompere un trend positivo iniziato ormai venti anni. Ma è tutto il sistema economico italiano a domandarsi quali potrebbero essere le ripercussioni di un'uscita dalla Ue senza accordo e quindi senza garanzie per i rapporti commerciali e finanziari.

Secondo il Centro studi di Confindustria «aver rimesso sul tavolo l'eventualità di un no-deal implica la possibilità che si ricada in uno scenario in cui, almeno per un periodo e per determinate categorie di prodotto, si potrebbe finire per utilizzare le regole tariffarie del Wto». In sintesi: «Ne risentiranno le imprese esportatrici italiane. In ballo ci sono circa 23 miliardi di euro». A immaginare scenari foschi sono anche le oltre 100 imprese di origine italiana che hanno scelto il Regno Unito come quartier generale o seconda base. Su queste aziende «il no-deal potrebbe pesare per miliardi», a causa di probabili nuovi ostacoli e complicate procedure per confermare il diritto a operare a Londra, dice Leonardo Simonelli Santi, presidente della Camera di Commercio italiana a Londra. In realtà secondo Confindustria, un'uscita senza accordo dalla Ue, viste le incertezze politiche nel Regno Unito (ci sarà un nuovo referendum? nuove elezioni? verrà chiesta una proroga alla data di fine marzo del divorzio?), potrebbe spingere alcune multinazionali a fuggire, e alcune potrebbero scegliere come destinazione l'Italia (si calcolano 26 miliardi aggiuntivi di investimenti esteri diretti). E ciò comporterebbe «un aumento del valore aggiunto pari a 5,9 miliardi annui, lo 0,4% del Pil». Peccato - aggiungono gli economisti di viale dell'Astronomia - che l'Italia, «per ragioni strutturali o istituzionali, sia impreparata a cogliere» queste opportunità.

Per quanto riguarda i flussi finanziari, comunque, le authority italiane si sono già attivate, in accordo con quelle europee, per assicurare la continuità operativa delle piattaforme britanniche e anche per consentire la piena operatività degli sportelli italiani delle banche britanniche. Il ministero dell'Economia, Giovanni Tria, sta poi elaborando un decreto proprio per evitare contraccolpi al funzionamento del mercato.

LE FRONTIERE
A ogni modo la preoccupazione di un no-deal angoscia tutta l'Europa. Anche l'eventuale adesione del Regno Unito ai Paesi EFTA (libero scambio) non risolverebbe il problema dei controlli alle frontiere e lascerebbe irrisolta la questione del confine irlandese. In Francia, il premier Edouard Philippe ha già convocato una riunione con i «ministri chiave coinvolti per fare il punto e accelerare» i preparativi in vista di una Brexit senza accordo. Più cauta la cancelliera tedesca Angela Merkel che manda un messaggio a Teresa May: «Abbiamo ancora tempo per trattare, fate una proposta». L'obiettivo resta quello di «una soluzione ordinata», ma aggiunge la Merkel «siamo anche preparati all'opzione che tale soluzione non ci sia».
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Giovedì 17 Gennaio 2019, 07:40






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