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Sana e robusta costituzione di Gianluca Amadori

Quando il Potere è autoreferenziale
e perde il contatto con la realtà

Fino all'ultimo era sicurissimo di vincere, il premier ora dimissionario Matteo Renzi. E, anche dopo l'ammissione della sconfitta, non riesce a darsi pace, convinto com'è di aver fatto tutto al meglio, di non essere stato capito. L'unica colpa che pare riconoscere, non senza fatica, è di non essere riuscito a spiegare bene la riforma.
"Non credevo che potessero odiarmi così tanto", ha confidato ai più vicini collaboratori.
L'evidenza è ben diversa: nonostante il clamoroso fallimento politico e personale, Renzi non si è reso conto dell'enorme distanza esistente tra la "sua" visione della realtà e la realtà effettiva; tra l'Italia che raccontava (e che, a forza di raccontare, evidentemente si era convinto esistesse davvero) e quella  dei giovani resi sempre più precari dal Jobs act, di un mercato del lavoro sempre più difficile e senza certezze, di crescenti iniquità sociali, di un'evasione fiscale inarrestabile, anche per colpa di un'azione di governo troppo morbida, e di mille altri problemi in cui è immerso il Paese.
Parte della sconfitta è sicuramente dovuta agli avversari politici che, a prescindere dal contenuto della riforma, volevano soltanto far cadere Renzi per prendere il suo posto. Compresa probabilmente la minoranza del Pd. Ma dal voto di domenica emerge con chiarezza che a far pendere il piatto della bilancia a favore del NO è stata la tanta gente comune che con i giochi di partito non ha nulla a che vedere: tanti giovani, soprattutto, che in questi ultimi tempi non hanno mai manifestato in piazza, decidendo invece di riversare nell'urna la loro rabbia, delusione, preoccupazione per il futuro che si vedono scippato. 
Renzi credeva, nel sua crescente ambizione di onnipotenza, di avere un consenso unanime, conquistato con il suo modo di fare "moderno" e vincente, attraverso le "elargizioni", con i contratti siglati pochi giorni prima del referendum. Era talmente convinto di vincere che ha voluto personalizzare a tutti i costi la riforma: invece di lasciare che fosse la nuova Costituzione di tutti, voluta dal Parlamento -  come dovrebbe essere - l'ha fatta diventare creatura del Governo, o meglio la "sua" creatura, innescando una battaglia senza senso. Era convinto di vincere e di rafforzare la propria leadership. Ma ha sbagliato clamorosamente. Prima di tutto perché è evidente che, dall'alto della sua torre di Potere, fatta di slogan lanciati via Twitter e show in maniche di camicia, ha perso totalmente il contatto con la realtà. Peccato mortale per un politico che aspira(va) alla leadership.
Ora è troppo facile, abbozzare un'autocritica di facciata e sbattere la porta, come un bambino viziato, dicendo che spetta agli altri togliere le castagne che è stato lui a gettare sul fuoco.

Lunedì 5 Dicembre 2016, 18:43
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1 di 1 commenti presenti
2016-12-05 19:23:19
Lui è stato messo lì dai potenti che non vogliono la troppa democrazia.
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