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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Venezia 74, giorno 11. Nel segno del Toro
​la scomparsa dell'Italia. La salva Nico


Forse davvero mai come oggi il mondo ha bisogno di favole, di umili serve mute che si prendano cura di esseri mostruosi, in un’armonia di affetti altrimenti negati. Venezia 74 spalanca il suo cuore, mettendo il Leone d’oro nelle mani di Guillermo del Toro, regista messicano costruttore amatissimo di storie tra il fantasy e l’horror: va infatti al film di bandiera statunitense “The shape of water” il premio maggiore di un Concorso, mai così appagante nell’era di Barbera-bis. Un Leone che fa impazzire i fan del genere per un film che sa coniugare felicemente spettacolo intelligente e temi importanti, come la solitudine del diverso, umano e no, con almeno una scena di indicibile bellezza: quella danza acquatica a spirale tra i due protagonisti abbracciati. Un Leone che piacerà una volta tanto anche al pubblico e per il quale si prospetta una presenza significativa nelle sale. Così almeno una volta tanto non sentiremo le campane sgradevoli di chi obietta vittorie a film troppo autoriali e distanti dalla folla.
Ancora una volta l’Italia non ne esce troppo bene, nonostante la spinta emozionale di Barbera alla vigilia: la nouvelle vague è rimasta troppo vaga e l’unico premio a un film nostrano è andato a un film di un regista trentino ma che si è formato all’estero e a un’attrice britannica, quindi insomma tutto poco italiano. Il film è “Hannah” e lei è Charlotte Rampling, in realtà una interpretazione anche di mestiere e certo non la migliore del concorso. Il classico contentino. Ma una bella consolazione tuttavia per noi è arrivata dalla sezione Orizzonti vinta da “Nico, 1988” di Susanna Nichiarelli, autentica sorpresa da una regista fin qui mediocre, che grazie anche a una superba interprete merita il premio: un film che sarebbe stato bello vedere in Concorso al posto per esempio dell’imbarazzante “Una famiglia”.
Non può non saltare agli occhi che il presidente di ogni sezione ha consegnato il suo miglior premio a un film della propria nazionalità. Capita spesso e non è mai una bella cosa. Qui non lo è di sicuro per l’opera prima francese “Jusqu’à la garde” dell’esordiente Xavier Legrand, esordio di un regista già vecchio su un tema sempre d’impatto (genitori divorziati, figli maltrattati), che ha addirittura raddoppiato con uno sbagliatissimo premio alla regia (un altro classico). Bastava dare un’occhiata più attenta alla Settimana della Critica per scoprire film assai più interessanti di registi più coraggiosi.
Non è una novità che il film più apprezzato da pubblico e critica se ne torni a casa con il solo premio alla sceneggiatura: stavolta è accaduto a “Three billboards outside Ebbing, Missouri” di Martin McDonagh. Un po’ poco. Condivisibile il premio per il miglior attore a Kamel El Basha per “The insult” (paradigma bellico tra cristiani e palestinesi), ma bisogna premiare anche il suo antagonista, forse anche più bravo; e ancora di più il gran premio al geometrico, surreale “Foxtrot” di Samuel Maoz (già Leone d’oro 2009 con “Lebanon”). Dispiace che Kechiche non abbia vinto nulla con un film magnifico: almeno la regia sarebbe stata obbligatoria. E che anche Schrader sia stato dimenticato, forse entrambi troppo disturbanti per questa giuria.
Venezia chiude una Mostra decisamente soddisfacente
, il miglior festival dell’anno rispetto a Cannes e Berlino; e come detto il miglior Concorso del Barbera-bis. La Cittadella del Cinema si è rifatta il look (bello), la Virtual Reality è esplosa come forse nessuno si aspettava, la protezione della Sicurezza è stata discreta ed efficace. Insomma il ritorno dal Lido porta piacevoli ricordi.

Domenica 10 Settembre 2017, 09:30
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