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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Una casa sul mare per fare i conti con la vita
Prigionieri coreani e piccoli principi alla deriva



Un vecchio padre colpito da ictus, tre fratelli che accorrono da lui per coglierne forse gli ultimi istanti di vista. Si direbbe un film sulla morte a prima vista, è invece è quasi un film sulla vita, sulla sua memoria, sulla sua voglia di esprimersi attraverso ricordi, solitudini, rimpianti.
Siamo vicini a Marsiglia e il padre non è un uomo qualunque. In una Francia capitalista ha cercato di allevare i propri figli quasi al riparo di una piccola baia secondo un pensiero di sinistra, proprio in quella villa (il titolo originale del film parla chiaramente di una villa, poi diventata casa nella versione italiana).  Ecco dunque che l’improvviso ritorno a casa diventa l’occasione per fare l’ennesimo bilancio, di guardarsi attorno e dentro e capire dove il mondo nel frattempo sia andato e dove sono andati a finire quei tre ragazzi, oggi tutti alle prese con problemi privati, forse in un resoconto esistenziale che ha più crediti da chiedere, ma non privo di errori.
Nonostante sia un fiume di parole, il film di Robert Guédiguian trova la forza di scandirle, di dar loro un significato forte. Questa specie di bilancio della vita, che va da “Il grande freddo” a “È solo la fine del mondo”, in un cinema di rimembranze e ritrovamenti, dove tutto ruota attorno a una figura che disegna un’atmosfera di disillusione e rimpianti, è riscattata nel finale quando tre bambini migranti trovati per caso sembrano ridare slancio e speranza. Ed è come un voler ricominciare da capo, trasferendo nostalgia e ricordi a un futuro oggi troppo incerto per avere nuove illusioni e l’utopia è sotterrata da urgenze populiste.
Volutamente âgé, con tanto di richiamo a un suo vecchio film sulla medesima baia e tre medesimi protagonisti (“Ki lo sa?”, 1985), “La casa sul mare”, in concorso all’ultima Mostra, paga forse un po’ un impianto teatrale, ma non parla mai a vanvera e conserva un sincero spirito politico di sinistra. Lavora sulla scrittura, sulla rappresentazione solida di personaggi comunque fragili (un ristoratore, un politico, un’attrice): un cinema che riscatta l’urgenza morale di descrivere un mondo oggi confuso, a tratti incomprensibile. E mette la location, quelle stanze della propria infanzia, oggi lontano ricordo, al centro delle dinamiche familiari, spesso disattese. Ottimo il lavoro di tutto il cast che porta un materiale umano con il quale ci si può riconoscere, emozionare, in quegli scarti che la vita regala ogni giorno, mettendosi di nuovo di fronte agli altri e a se stessi, come in uno specchio, per capire il senso del proprio percorso.
Stelle: 3


IL PRIGIONIERO COREANO - Se c’è un film molto attuale oggi è questo “Il prigioniero coreano”, che racconta il disagio frastornato, tra lo stupore e la paura, di un umile pescatore figlio di Pyongyang che finisce per un banale incidente (l’avaria del motore della barca) dall’altra parte della Corea, dunque del mondo.
Siamo, come si comprende, in una zona di confine e il regista Kim Ki-duk esplora che cosa può succedere a una persona, che del mondo ha una visione molto parziale, ritrovarsi improvvisamente schiacciato da un ambiente per lui incomprensibile, a cominciare da una vivacità sociale che di fatto lo isola ancora di più da tutto. Non solo: vista la situazione creata, inevitabile che la vicenda, che ha contorni nettamente kafkiani, prenda la strada di una doppia prigionia, visto che da una parte e dall’altra, sono solo pronti a capire quali siano le vere intenzioni di questo sfortunato cittadino, schiacciato ora dalla sorte e di fatto scambiato per spia o traditore.
Esasperando i contorni di un destino crudele, Kim Ki-duk ritrova in questa parabola sulla libertà il suo cinema più riuscito, dove in ogni caso le persone più deboli soccombono comunque sempre. Distribuisce la friulana Tucker.
Stelle: 3


THE HAPPY PRINCE - Il debutto alla regia dell’allora attore sorpresa di “Another country” (oltre 30 anni fa) non si appoggia a un soggetto originale, volendo raccontare, come se non fosse stai mai raccontata, la vita di Oscar Wilde. Il ricorso costante al barocco appesantisce il film al pari del corpo di Everett, qui anche evidenziato dal trucco nella sua rappresentazione wildiana. Ma nello scarto di una rappresentazione febbrile e dinamica, pur con parentesi francamente trash specie nel segmento italiano, e sorretto da un montaggio spiazzante rispetto a un tempo cronologicamente lineare, “The happy prince” dimostra di avere almeno un’idea, che dà qualche interesse all’operazione. 
Stelle: 2
 

Sabato 14 Aprile 2018, 12:47
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