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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

L'odissea di un giovane siriano
Kaurismäki arriva al cuore del mondo



Voler bene ai propri personaggi non è un obbligo per nessun regista. Ma su questo trasporto il finlandese Aki Kaurismäki ha costruito tutte le storie del suo inconfondibile cinema, declinato a una percezione lunare della vita, dove tutti si muovono come in un acquario incerto, contemporaneamente prigione ed estasi della propria inutilità, ma anche del bisogno di sentirsi vivi.
Paradossalmente in questo cinema che si rifugia e si protegge in ambienti e comportamenti quasi catatonici, si racconta altresì bene la realtà di un mondo oggi sempre più disperso e disperato, dove gli umili e gli ultimi continuano a pagare per la cattiveria e spesso anche per l’idiozia dei potenti o semplicemente dei prepotenti. E se la tragedia è sempre disponibile a stemperarsi in uno sbuffo irresistibile di comicità acre o caritatevole a seconda del bersaglio, rivolta più a Keaton che a Chaplin, Kaurismäki spalanca le porte del suo mondo-cinema a una visione “politica” che non si serve di slogan, ma va dritta al cuore dei protagonisti.
Così in questa Europa travolta più dalla sua indifferenza che non dai migranti stessi, la storia di Khaled, giovane siriano arrivato a Helsinki sommerso dal carbone per nascondersi, alla base del suo ultimo, meraviglioso film “L’altro volto della speranza” premiato all’ultima Berlinale, è la necessaria, puntuale continuazione di quella di Idrissa, il ragazzo di “Miracolo a Le Havre”, arrivato fin lassù dall’Africa in un container, a conferma che il cinema di Kaurismäki ha un’urgenza morale, oggi giustamente più marcata, magari strampalata o volutamente ripetitiva, ma tutt’altro che ordinaria.
E poi è sempre bello ritrovare questo teatro così silenzioso e potente, dove si riesce a ridere volentieri di fronte anche al dolore più demoralizzante, con le stesse facce e gli stessi luoghi. Così Khaled che viene respinto dalle autorità finlandesi perché ad Aleppo nessuno muore, che aspetta di riabbracciare la sorella ferma al confine ungherese, che finisce per lavorare clandestinamente da un venditore di camicie fuggito dalla moglie e ora proprietario di un ristorante, è sempre “la solita storia” che non smetteremo mai di ascoltare.
Nei suoi scenari fuori dal tempo, in quella luce obliqua e inconfondibile (il film è girato in pellicola), Kaurismäki ci parla sempre di come sopravvivere sia l’esercizio più estremo possibile.
Stelle: 4½


LIBERE DISOBBEDIENTI INNAMORATE - Tre ragazze palestinesi a Tel Aviv. Una è lesbica, l’altra sta con un ragazzo conservatore, l’ultima (in ordine di apparizione) studia e ha il velo e apparentemente vive agli antipodi, visto che le compagne escono, bevono, fumano e si divertono. Ma la solidarietà, che scatta di fronte alle avversità, non ha confini: e le tre ragazze intrecciano un’amicizia sodale.
Diretto da Maysaloun Hamoud, prodotto da Shlomi Elkabetz e distribuito dalla friulana Tucker, “Libere disobbedienti innamorate”, traduzione molto libera di “In between”, è un film vitale contro ogni cultura costrittiva, che si accende nei gesti e nei comportamenti di autenticità repressa. Non sorprendente dal punto cinematografico, ha la sua forza nel desiderio delle ragazze di volere esprimere la propria personalità. 
Stelle: 3
 

Giovedì 6 Aprile 2017, 20:05
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