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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Torino 36, giorno 7. Il Cile 1973 e l'Italia d'oggi
Moretti commuove, i barbarians entusiasmano

Torino, si chiude: ultimi film di un festival complessivamente sopra le aspettative e probabilmente il migliore dell’ultimo lustro.

SANTIAGO, ITALIA di Nanni Moretti (Festa mobile) - Ricognizione, soprattutto emotiva, delle atrocità commesse da Pinochet e i suoi seguaci, dopo aver destituito il presidente Allende, nel Cile del 1973. Moretti appare subito ripreso di spalle mentre osserva il panorama metropolitano odierno di Santiago e poi si estromette dallo schermo (a parte quando dice appunto la battuta “Io non sono imparziale” a una delle poche voci colpevoli dei massacri), per dare luce ai volti delle vittime di allora, che raccontano quei terribili giorni, alternandole a immagini di repertorio, sempre crude e significative. Sono quasi tutte persone riuscite allora a fuggire, grazie al provvidenziale aiuto dell’ambasciata italiana a Santiago. Le voci, le parole sono spesso condizionati dall’emozione, dal ricordo traumatico, dalle lacrime, ma anche da qualche memoria lieve e ilare da sopravvissuti, come quel comunista che si rifiutava di pelare le patate dentro le stanze dell’ambasciata: in questo il documentario risponde più a una richiesta di commozione generale e non a una lettura politica: in pratica non c’è nulla di cui già non si sappia. In realtà, a tre quarti il regista compie un’improvvisa variazione al tema, chiedendo ai rifugiati (prima dentro l’ambasciata, poi sparsi nel territorio italiano) com’è stata l’accoglienza, la possibilità di trovare una nuova terra e anche la speranza del ritorno, possibilmente immeditato, in patria. Ecco allora che affiora forse la vera urgenza di questo film, il vero tema che sta a cuore a Moretti: parlare dell’Italia di allora, così pronta ad accettare (pur in un Paese economicamente diverso da quello di oggi) le persone in difficoltà, che scappavano dalle dittature e dalla morte sicura. È qui che Moretti vuole dimostrare come l’Italia di oggi abbia smarrito la pietà e la solidarietà, diventando ostile con tutti, anche tra italiani, un Paese arido, insensibile, cattivo. Ed è in questo scarto che il film (altrimenti codificato esteticamente su un documentario come ormai nessuno ne fa più) diventa più interessante e utile, perché ci pone davanti a uno specchio odierno, per interrogarci. Noi italiani. E soprattutto perché si dimostra anche stavolta di un tempismo straordinario. Voto: 6½.
NOTHING OR EVERYTHING di Gyeol Kim (Onde)
– Due ragazze camminano attraverso un bosco: tornano sul luogo dove la sorella di una di loro tempo fa si era suicidata, cercando di ripercorrere l’accaduto. Se il pedinamento iniziale che segue la passeggiata dura mezz’ora senza che accada praticamente nulla, il resto è un’immersione temporale sulla memoria che rielabora un lutto e sul complesso di colpa. Rarefatto, con pochissimi dialoghi, un anti-horror metafisico non privo di fascino e mistero, ma anche un film estremamente esile, a cui basterebbe la metà dei suoi 90’ per dire tutto o niente, come da titolo. Voto: 6½.
I DO NOT CARE IF WE GO DOWN IN HISTORY AS BARBARIANS di Radu Jude (Onde)
– Una regista vuole mettere in scena a Bucarest uno spettacolo che rievochi storicamente la pulizia etnica degli ebrei da parte del presidente rumeno Antonescu nel 1941, dimenticata e scomparsa di fronte all’Olocausto nazista. Radu Jude segue la tormentata realizzazione, non priva di tentativi di censura. Una delle sorprese più importanti di tutto il festival, un film che attraverso l’osservazione di uno spettacolo in fieri, riesce a raccontare la Romania degli anni ’40, quella del regime di Ceausescu e quella dei giorni nostri, attraverso blocchi sequenza straripanti di dialoghi intelligenti e di grande versatilità, tra la Storia e il Cinema (esilaranti alcuni riferimenti), dimostrando come ogni epoca presenti gli stessi problemi di razzismo, qui messi in luce dal rapporto con i rom. Una specie di “Effetto notte” che si fa film politico di grande respiro (bellissimo, tra gli altri, il piano sequenza nel temporale) e che mostra come l’Arte possa sostituire la Storia (censurata) nel rielaborare le grandi tragedie dell’umanità, che ogni potere cerca di nascondere. Voto: 8.
INCIDENT IN A GHOSTLAND di Pascal Laugier (After hours)
– Madre e due figlie raggiungono una villetta isolata, un tempo della zia ora defunta. Appena arrivate vengono assalite da due maniaci, un omone gigantesco e una donna depravata. Anni dopo una delle ragazze è diventata un’autrice famosa di best seller horror, uno dei quali ricorda l’accaduto di quella tragica notte. Il regista di “Martyrs” via via ha semplificato le sue ambizioni, finendo con questo omaggio a Lovecraft a costruire una vicenda trita e consumata, basica e ripetitiva, con alcune incursioni nel sogno, come elemento destabilizzante. Sonoro a palla come elemento istigatore della paura, ma la sintassi è elementare e il gioco della tensione ripetutamente riciclato. Voto: 4.
 

Sabato 1 Dicembre 2018, 15:05
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