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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

The square: un mondo (in)quadrato
Borg McEnroe: la vita oltre il talento


L’arte, la vita, la rappresentazione e il simbolico: a Cannes questo intreccio di sollecitazioni disorientate, portato tra ironia ed eccessi grotteschi in una dimensione tragicomica, è piaciuto così tanto da consegnare a Ruben Östlund la Palma d’oro, un riconoscimento che non ha trovato molto disaccordo, tenuto conto del livello, mai così debole da tempo, del concorso di quest’ultima edizione. Tuttavia “The square” non è immune da un’affabulazione non sempre controllata e da una durata che sfiora le due e mezza, con lungaggini che si sarebbero potute evitare. Non a caso il regista svedese pensava di tornare a lavorare sul montaggio, idea accantonata successivamente in virtù di una Palma, che se non immeritata, probabilmente non era attesa.
Siamo a Stoccolma. Il curatore di mostre contemporanee di un importante museo della capitale intende proporre una nuova installazione, “The square” appunto, consistente in un quadrato di sampietrini disegnato per terra, dentro il quale ognuno dovrebbe votarsi all’altruismo e alla responsabilità verso il prossimo. Ma tra l’arte e la vita c’è un abisso; non bastasse questo, lo scandaglio sulla quotidianità del dirigente mostra momenti travagliati, a cominciare da un furto subìto, nel quale ha visto sparire portafoglio e cellulare. Ma è solo l’inizio.
Proposto per blocchi narrativi, con un fil rouge che si lega alla ricerca del recupero degli oggetti sottratti, il film costruisce un racconto sarcastico e acido, surreale e minimalista di una società che non crede probabilmente più a nulla, a cominciare dalle istituzioni: non è un caso che il curatore non ricorra alla polizia ma cerchi, in qualche modo, di fare giustizia da sé, in un crescendo di situazioni esilaranti e pietose. Ne esce un paradigma crudele su una società, solo apparentemente ecumenica, dove ognuno è inadeguato al proprio ruolo e dove l’arte è una forma sempre più incomprensibile al pari della realtà odierna.
Aleggia insomma quell’aria surreale alla maniera di Roy Andersson (il Leone d’oro di 3 anni fa col “Piccione”), ma con un tono più leggero e una ostilità sull’attuale umanità indifendibile, un marchio che Östlund aveva già codificato nei suoi lavori precedenti, soprattutto in “Forza maggiore”, che ha avuto notorietà anche da noi e che sembrava più compatto e mirato. Certo “The square” è senza dubbio un film interessante, algido nei toni opportunamente nordici, con alcune sequenze memorabili come la prima stravagante intervista, l’invadente uomo-scimmia alla cena (sequenza che sarebbe stata più incisiva, se ridotta) e la ricerca dell’indirizzo nella spazzatura.
Il senso di una farsa globale si identifica nello sguardo del protagonista (un Claes Bang di adeguato sconcerto), suggerendo quella componente narcisistica di una società che si approccia alla comunicazione di sé in modo bizzarro e spiazzante, fuori da quel Quadrato, che è il mondo intero.
Stelle: 3½


GIOCO, SET, INCONTRO, FILM - L’assenza di quel “vs” tra i due nomi, pur riordinando la memoria di uno delle sfide sportive più famose di sempre, indica lo scopo di andare al di là di una contrapposizione, che infatti nella vita sfociò nell’amicizia successiva tra i due avversari. Certo la finale 1980 di Wimbledon, il teatro regale del tennis mondiale, diventa la sineddoche di due esistenze complesse, più di quanto le apparenze farebbero supporre: il (finto?) glaciale Björn Borg, che aspettava dalla linea di fondo le proprie “vittime”, dalla pazienza infallibile: “Un iceberg? No un vulcano”, si dice a metà film e d’altronde la sua infanzia lo conferma; e l’esplosivo, irascibile John McEnroe, irruento anche nell’andare costantemente a rete, con quel suo gioco spavaldo e temerario, per mettere ansia al proprio avversario. Lo svedese e l’americano: due immensi talenti, nella loro complementare diversità. Entrambi ossessionati dal ruolo. Maniacale e superstizioso il primo: non a caso la scena fondamentale del film è anche una delle più apparentemente futili, quella scelta del garage esatto per fare una ripresa tv; divorato dalla smania di tener fede alla propria ambizione il secondo, con quelle scritte sul muro della camera dell’hotel per sorvegliare la strada per la vittoria.
Janus Metz firma un doppio biopic dai ritratti scanditi un po’ meccanicamente, alternando sullo schermo le due vite, ma dedicando quasi due terzi del film allo svedese, finendo così col tenere spesso in disparte McEnroe, in una confezione accattivante e dosata puntigliosamente nelle emozioni, ma che mostra una struttura fragile, specie nella rappresentazione della finale che non riesce a restituire pathos e angoscia, nonostante lo sforzo di rendere avvincente uno degli sport meno filmabili. Non aspettatevi un altro “Rush”, la sfida tra i piloti Hunt e Lauda, raccontato da Ron Howard: qui la metafora del “campo” è meno incisiva, non riesce a configurare, dentro la retorica dello sport, un dualismo che evada dai confini sportivi, forse anche perché la F1 ha nella folle corsa un’immediata consapevolezza simbolica. Bravi e credibili comunque Shia LaBeouf (McEnroe) e Sverrir Gudnason (Borg), il resto lo fa a suo modo la storia.
Stelle: 2½

Venerdì 10 Novembre 2017, 00:22
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