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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Spiazza l'emancipazione ambigua di Sofia
Luchetti, momenti di trascurabile cinema



La giovane Sofia vive a Casablanca. Ha vent’anni. E sa di essere incinta. Ma è la sola. Durante un pranzo in famiglia arrivano le doglie, ma lei rassicura tutti di avere solo mal di pancia. Accompagnata dalla cugina Lena in ospedale è costretta a dirle la verità, ma a causa della legge marocchina che condanna al carcere le ragazze madri in assenza di marito, deve mettersi velocemente in cerca del padre, un ragazzo della sua età, che tuttavia prima nega, ma in seguito a lusinghe anche economiche, accetta di sposare Sofia. Tra Omar e Sofia esiste però anche un altro segreto.
L’esordiente regista Meryem Benm’Barek disegna un quadro eloquente della società marocchina di oggi, dove le donne sono ancora obbligate a sottostare a leggi arcaiche e punitive, specie in materia sessuale, subalterne al maschio e condannabili in caso di rapporti prematrimoniali. La descrizione di una società vittima di pregiudizi e paure è colta nella sua essenza familiare, lasciando trasparire come la vergogna e il timore condizionino anche il timido percorso di libertà che alcune ragazze intendono intraprendere. Nel porre la conflittualità, prima di tutto con se stessi, perché Sofia è ovviamente combattuta nel dire la verità, pur essendo la sua maternità motivo di orgoglio ed emancipazione, la regista amplifica il tema su un piano di differenze sociali, visto che la cugina appartiene a una famiglia più ricca, più istruita e aperta con l’Europa. E se il ragazzo all’inizio nega e i suoi parenti ovviamente lo spalleggiano, la possibilità di accedere comunque a una gratificazione economica per invogliare il matrimonio, che di fatto scagionerebbe Sofia e le eviterebbe il carcere, diventa la chiave perché tutti alla fine siano comunque soddisfatti.
Interagendo sull’arretratezza culturale delle leggi e sull’ipocrisia generale, Benm’Barek mostra come il denaro e la convenienza abbiano la meglio sia sui codici islamici sia sui sentimenti, illustrando un racconto morale che a metà film si dimostra perfino più complesso, spiazzando lo spettatore con una rivelazione sorprendente. La (giusta) voglia di libertà contamina le coscienze e confonde i ruoli, la timidezza si sposa con il cinismo, facendo emergere una società che degenera nelle relazioni, accettando tutta una serie di compromessi per salvare l’onore e avere in cambio ulteriori vantaggi.
Presentato l’anno scorso al Certain regard di Cannes, dove ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura (della stessa regista, nata a Rabat ma cresciuta in Francia e Belgio), “Sofia” echeggia quesiti morali in un cinema forse troppo programmatico e dagli snodi esili, ma che sa anche restituire ai personaggi quell’ambiguità necessaria per muoversi in territori patriarcali, dove a dominare la scena sono le donne, forza necessaria per il cambiamento.
Stelle: 3

MOMENTI TRASCURABILI DI FELICITA' (E DI CINEMA)
- Paolo vive a Palermo ed è un ingegnere. La sua vita scorre normalmente come tante altre: una moglie, qualche relazione alternativa, due figli, il tifo per il Palermo. L’unico rischio è un pericoloso azzardo a un incrocio, dove calcolando l’attimo in cui tutti i semafori sono rossi, lui passa col suo motorino, sperando di non essere colpito da qualche altro mezzo. Il giorno in cui sbaglia il conto del secondo fatale, viene centrato da un furgone e muore. Nell’anticamera dell’aldilà, scopre che tutto era stato comunque programmato, ma che il contabile ha commesso un errore e quindi ha diritto a tornare vivo per la durata ritenuta congrua: 1 ora e 32 minuti.
Confermando il suo lungo momento di stallo, Daniele Luchetti ha ambizioni alte (ovviamente Lubitsch e i paradisi che possono attendere eccetera), ma il risultato è sconfortante. Scritto assieme a Francesco Piccolo, che ha attinto a suoi due libretti di successo, il film si snoda in una serie continua di siparietti costruendo una commedia dal ritmo blando, dalle battute innocue, che non sa essere né divertente, né surreale, con un finale che ovviamente asciuga ogni lacrima e permette di debellare l'angoscia di una morte in questo caso annunciata (perché ritardata) con un sorriso, com’è evidente fin dall’inizio. Pif resta un attore imbarazzante (specie quando sfoggia la voce fuori campo), ma la fiaba lascia un effetto continuo di smarrimento, per la pochezza delle idee e la modestia dei risultati.
Stelle: 1
 
BOY ERASED / VITE CANCELLATE - Figlio di un pastore battista dell’Arkansas, l’adolescente Jared scopre di essere gay. Dal college a un percorso di riabilitazione etero, arriverà a confrontarsi con la famiglia. Blandissimo scandaglio di una “rieducazione sessuale” (un modesto percorso rispetto a quella recente, analoga di Cameron Post), “Boy erased” di Joel Edgerton si adagia su un intimismo spicciolo e su contrapposizioni soffocate. Crowe, Kidman e il giovane Hedges provano a dare forza ai sentimenti, ma il film naufraga in una sconcertante, anodina rappresentazione di un dramma personale, lasciando fuori proprio la sessualità e una tensione morale significativa. Vite cancellate, ma sarebbe meglio cancellare il film. 
Stelle: 1½
 

Giovedì 14 Marzo 2019, 21:24
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1 di 1 commenti presenti
2019-03-15 19:45:55
ma invece di recensire tafazzianamente films dai voti finali deterrenti, non sarebbe meglio recensire films del passato che hanno lasciato un segno? così, per dire, senza critica alcuna.