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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Non è mai troppo tardi per ricominciare:
L'avenir di Hansen-Løve e Huppert


Ci sono due donne. Una è Isabelle Huppert, al solito di enorme bravura. Si chiama Nathalie, insegna filosofia a Parigi e ha un rapporto conflittuale con gli studenti che si ribellano alla scuola e la occupano. Ha un marito, due figli e soprattutto una madre che non le lascia respiro. In pochi attimi i figli lasciano la casa, il marito l’abbandona per un’altra donna e la mamma muore. E perfino la casa editrice per la quale lavora le fa capire che i tempi sono cambiati.  Rimasta sola, questa signora borghese allaccia un’amicizia (e forse anche una sotterranea passione, condivisa) con un suo ex allievo, che ha scelto di vivere in una specie di comune in un ambiente bucolico.
L’altra è Mia Hansen-Løve, è la regista di “Le cose che verranno” e assieme a Céline Sciamma rappresenta la rampante forza femminile del cinema francese: quest’ultimo film le è valso l’Orso d’argento per la regia alla Berlinale 2016. Si è fatta conoscere in Italia soprattutto con il suo penultimo lavoro “Eden”, scandaglio vertiginoso e corale dell’ultima generazione del secolo scorso e come per le disillusioni dei giovani di questo film precedente, porta adesso una donna matura a chiedersi improvvisamente se possa esistere ancora un avvenire (“L’avenir” è il titolo originale del film), quando a quasi 60 anni, a un passo dalla pensione, tutto crolla all’improvviso; e se la solitudine avrà anche il rovescio positivo della libertà, ti chiede però di fare di nuovo i conti con la vita, tra slancio e depressione. Senza dubbio è il suo film più maturo, ma anche il meno sorprendente.
C’è molto Assayas (che è compagno della regista), nel modo di raccontare personaggi, storie e la vita; e anche un’atmosfera rohmeriana nel lasciare che le situazioni, le scene e le immagini parlino da sé, con un effetto avvolgente, naturale, vivo, mai stereotipato. La giovane regista parigina conferma uno sguardo tutt’altro che banale sulla realtà di oggi e sullo scontro generazionale, mentre la Huppert disegna alla perfezione una donna matura nervosa e smarrita, tra momenti di cinismo vendicativo (i fiori che finiscono brutalmente nella pattumiera) e balzi di umore e speranze. E curiosamente, come in “Elle”, una gatta diventa un punto di riferimento (suo e dello spettatore). Certo ci sono un po’ troppi libri e una saccenteria molto francese, ma il film merita una considerazione non indifferente.
Stelle: 3

Sabato 22 Aprile 2017, 10:12
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