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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Menocchio e il rogo: la libertà fa sempre paura
Tutti lo sanno, tranne il regista: Farhadi debole



La vicenda di Menocchio ha più di mezzo millennio, eppure si rivolge anche al presente con una tempistica opportuna in questo Occidente sempre più nostalgico di poteri forti, dove qualsiasi diversità (in questo caso l’eretico) viene aggredita.  Ispirato alla storia di un mugnaio del ‘500, condannato per eresia, perdonato dopo l’abiura e successivamente messo al rogo per la stessa reiterata colpa, è la storia di Domenico Scandella, detto appunto Menocchio, ricavata dall’opera di Andrea Del Col, basata sulla ricerca storiografica dei Processi dell’Inquisizione, conservati nell’Archivio Arcivescovile di Udine.
Il friulano Alberto Fasulo, già vincitore di una Festa di Roma con “Tir” (2013), firma un film politico di tenebrosa bellezza, dal rigore estetico che non diventa esercizio di stile, sfidando il buio (del pensiero) con una illuminazione solo naturale dentro la disumanità della prigione, portando così la travagliata esperienza del mugnaio a esprimere tutta la sofferenza della carne e dello spirito, attraverso il desiderio di rivolta. Alla Chiesa che processa Menocchio, vestito di luridi stracci e a piedi nudi, Fasulo toglie ogni sacralità, esaltata in quella lunga sequenza inquisitoria, dove l’arroganza del Potere ecclesiastico si specchia nelle figure alle pareti di altri prelati di epoche passate, in una morsa mortale reale e simbolica.
Tra rimandi pittorici cari ai fiamminghi e agli artisti più travagliati, da Rembrandt a Caravaggio, “Menocchio”, che ha il volto scavato e rugoso di un magnifico Marcello Martini, scruta l’impertinente ribellione di un uomo che sa di essere fieramente nel giusto, anche se non può dimostrarlo, accettando di soccombere davanti a uomini che seminano dolore e terrore, in nome di un Dio assoluto e crudele.
Girato tra Trentino e Friuli, prodotto e distribuito dalla friulana Nefertiti dimostra la vitalità di un cinema italiano, sganciato dalle logiche commerciali, portando la creatività di registi indipendenti a raggiungere risultati artistici notevoli, chiedendo allo spettatore uno sforzo per accogliere opere che sarebbe un peccato imperdonabile trascurare.
Stelle: 4

TUTTI LO SANNO, TRANNE IL REGISTA
- Laura (Penélope Cruz) lascia Buenos Aires con i figli e il marito Alejandro (Ricardo Darin) per tornare al suo paese natale in Spagna. Qui è tutto pronto per il matrimonio della sorella. Ma all’arrivo le cose si complicano, a cominciare dalla presenza del suo vecchio amore Paco (Javier Bardem). E quando la figlia adolescente viene rapita, la situazione precipita.
Il regista iraniano Asghar Farhadi, solitamente acuto nel porre controversie morali nei suoi film (da “Una separazione” a “Il cliente”) manifesta un’inaspettata fragilità nella trasferta spagnola, forse soggiogato dalla presenza delle star Cruz/Bardem, coppia anche nella vita reale, qui immersa in uno sguardo convenzionalmente superficiale, tra faide familiari, adolescenti rapite, paternità incerte, proprietà terriere conflittuali, campane e piccioni. Il thriller sconfina sbadatamente nel melò, la commedia solare si scolora nel buio della memoria e la tessitura si sfilaccia alla ricerca di una ragione forte che possa dare un senso a una storia così fintamente torbida. C’è invero ancora tutto il suo cinema anche in “Tutti lo sanno”, ma il film sembra diretto con noncuranza da un regista qualunque, contando sull’appeal attoriale. In apertura dell’ultimo Cannes, il peggior Farhadi da sempre.
Stelle: 2

LA DISEDUCAZIONE DI CAMERON POST: VADE RETRO GAY
- L’adolescente Cameron Post (Chloë Grace Moretz) scoperta dal fidanzato a far sesso in auto con un’amica viene spedita dalla zia (la ragazza è senza genitori) in una specie di comunità di recupero, dove tra una messa e una preghiera, il tentativo è quello di farle credere di essere in errore, per farla diventare così etero. Ma tra gli stessi ragazzi c’è chi comunque non ci pensa per niente a farsi ammaestrare.
Un film sulla violenza psicologica che in realtà si stempera ben presto in toni quasi da commedia, per sfociare in un dramma improvviso e abbastanza prevedibile, senza per altro trovare il modo di svolgere il tema con un minimo di spavalderia anarchica, ma risultando semmai molto controllato. Desiree Akhavan firma un’operina coming of age tipicamente da Sundance, dove tra l’altro è stato premiato, anche nel finale, quando si vuole dare alla ribellione la forza di un domani finalmente libero, dopo un percorso nel quale la crudeltà del sistema è stata soltanto accennata.
Stelle: 2½



 

Giovedì 8 Novembre 2018, 21:28
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