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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

L'Heimat di von Donnersmarck senza autore
L'albero di Ceylan e i frutti del fallimento


Kurt è un bambino che nella Germania nazista sogno di fare da grande il pittore. Con l’amata zia Elisabeth si reca a visitare una mostra d’arte, restando affascinato da tutto ciò che non è convenzionale, figurativo o inneggiante al Potere, mentre la guida istruisce i visitatori puntualmente nel senso opposto. La zia non avrà vita breve: internata in un manicomio, nonostante i tentativi della famiglia di salvarla, verrà eliminata in uno dei tanti programmi di salvaguardia della razza, al Centro di Eliminazione delle persone malate nel corpo e nella mente, da parte di un ufficiale medico senza pietà. Finita la guerra, Kurt finisce a Dreda in pieno comunismo, dove vedrà realizzato il suo sogno di diventare un artista, ma sarà costretto ad assecondare la logica dell’arte al servizio del popolo, creando opere che ne esalti la sua funzione sociale e politica. Conosciuta Ellie, poco prima che venga costruito il Muro fugge all’Ovest, prima a Berlino e poi a Düsseldorf, entrando in contatto con la famiglia di lei, nella quale il padre nasconde un inquietante passato, che tenta in tutti i modi di nascondere.
Il tedesco Florian Henckel Von Donnersmarck torna a casa, nell’ex DDR dove aveva girato il suo primo film “La vita degli altri”, che gli dette subito notorietà, prima di avventurarsi successivamente con scarso successo nell’azione quasi parodistica di “The tourist”, girato a Venezia. Ispirato a fatti veri, “Opera senza autore” è un melò storico che affronta temi importanti (l’arte al tempo della dittatura, gli uomini di Potere che cambiano faccia per conservarlo) e lo fa seguendo le orme del romanzo popolare, ma in modo insistentemente didattico (spiegando la Storia) e didascalico (tutto è sottolineato in abbondanza, anche musicalmente e d’altronde il film dura addirittura 3 ore), mostrando una inclinazione televisiva.
Se la struttura narrativa in qualche modo è capace di rendere affascinante il racconto, perché nel suo succedersi di eventi sa creare comunque una tensione accettabile e intrigante (e le tre ore viaggiano indubbiamente senza noia), il film si adagia su una regia troppo pigra, che si accontenta di seguire il narrato con un’inerzia pacata, dissuadendone i sussulti e le asperità, lasciando piuttosto paradossalmente il cinema senza autore.
Certo si può apprezzare il senso sfumato della vendetta (dell’ex nazista suocero non sappiamo se sarà scoperto), che non appartiene forse più alle nuove generazioni e non solo perché prive di memoria, nonché la ricostruzione efficace di epoche e dittature diverse, tuttavia basterebbero pochi minuti del monumentale “Heimat” di Edgar Reitz per rendere esile questa biografia celata del pittore Gerhard Richter, che porta la Storia a fare i conti con l’arte (si pensi ai lavori finali di Kurt, con quelle gigantografie), che è il tema più urgente del film, visto all’ultima Mostra.
Stelle: 2½


L'ALBERO DEI FRUTTI SELVATICI
- Finiti gli studi universitari il giovane Sinan torna a casa nella provincia turca. Qui spera di trovare finalmente un impiego, probabilmente insegnante come il padre, e di pubblicare il suo primo libro. Ma le speranze si trasformano presto in disillusioni e così il giovane trascorre tra la rabbia e lo sconforto le giornate, in attesa di partire per la leva e vergognandosi di un genitore che sperpera i propri soldi alle corse dei cavalli. Pubblicato il libro, desolatamente invenduto, Sinan intuisce probabilmente per sé lo stesso fallimento paterno.
Il turco Nuri Bilge Ceylan racconta ancora una volta le contraddizioni di un intero Paese, attraverso le storie personali di gente che affronta la quotidianità spaesata di fronte a un paesaggio sempre e comunque severo, nonostante la sua intima bellezza, e a esistenze spesso conflittuali, anche con sé stesse. L’ermetismo di un tempo si stempera sempre più in racconti lineari, continuamente invasi da dialoghi lunghi e a tratti estenuanti, che però affrontano, come raramente oggi al cinema, temi universali e importanti come la fede, la convivenza familiare, i rapporti padri-figli, la falsa modernizzazione della Turchia (si veda l’agghiacciante dialogo al telefono con l’amico diventato poliziotto), le questioni sociali come il lavoro o la realizzazione artistica e l’ambiguità che ogni esistenza si porta dietro.
“L’albero dei frutti selvatici” si snoda come un percorso a tappe, nel quale Sinan affronta i vari temi con interlocutori che entrano ed escono dal film, perché il tema più forte resta la conflittualità soprattutto con il padre, dal quale il ragazzo tenta in tutti i modi di distaccarsi, senza riuscirci. I confronti di Sinan con gli altri sono sempre conflittuali nei quali ognuno spiega le proprie ragioni, i discorsi sono tosti e profondi, ma l’invadenza della scrittura è sempre più evidente. E la durata ancora una volta lunga (siamo oltre le tre ore) porta il film a essere sfiancante, nel suo rituale di piani sequenza e campi/controcampi. Nella simbologia dichiarata dell’albero sta la chiave ovviamente di tutto e nell’ambiguità del finale la prova di un pessimismo insanabile. 
Stelle: 3½

PAPA FRANCESCO
- Wim Wenders segue il Papa nei suoi pellegrinaggi, cercando di addentrarsi di più nell’uomo, ma il suo biopic risulta didascalico e incapace di affrontare la complessità di un ruolo e di una persona all’interno di una Chiesa, più che mai in contraddizione con la sua stessa guida. Wenders si annulla nella sua disarmante elementarità, soggiogato da una figura ingombrante. Bergoglio è lì, come lo conosciamo dalla superficialità dei tg, che si dispiega, nel corso del tempo, con incontrollata ammirazione, senza un’indagine interessante. Così dopo “Il sale della terra”, questo “Papa Francesco – Un uomo di parola” è l’insipido della Chiesa. 
Stelle: 1

Venerdì 5 Ottobre 2018, 23:16
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