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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Giovani malviventi, giovani scrittori e alieni
La terra dell'abbastanza invade ogni storia


Mirko e Manolo sono due ragazzi un po’ spaesati in un ambiente ostile. Una sera tornando a casa, in auto, si distraggono e investono un uomo, uccidendolo. Vengono presi dal panico e scappano. Scoprono successivamente che il morto è un pentito che collaborava con le forze dell’ordine: la situazione si ribalta completamente. Il capo clan, per ringraziarli del gesto occasionale, li recluta nella gang. Per i due ragazzi inizia una nuova, pericolosa avventura. Si spalancano possibilità inattese e soprattutto uscire da una vita grama, marginale, per diventare protagonisti della zona e avere un futuro possibilmente ricco.
Esordio registico dei gemelli D’Innocenzo, “La terra dell’abbastanza” è passato a febbraio alla Berlinale nella sezione “Panorama” e sulla scia dei vari Gomorra, Fiore, Ciambre e cuori puri, si inserisce senza sfigurare, pur con qualche incertezza narrativa ma uno sguardo già a fuoco, su un cinema che racconta realtà disperate e criminali. I fratelli si muovono sui simboli e sugli archetipi e li indirizzano nella realtà periferica di una Roma che sarebbe piaciuta a Caligari e anche a Pasolini. Mostrano l’acerbità di una adolescenza minata dal territorio e dai sentimenti confusi, che esplodono quando la vita si fa improvvisamente pericolosamente allettante, tra l’attrazione della spavalderia e il l’incapacità di comprendere di non essere all’altezza.
Se la forza espressiva si fa apprezzare e la modalità narrativa si regala anche qualche colpo di scena forte e inaspettato (accade soprattutto dopo metà film ed è davvero un choc), resta un cinema fortemente derivato, che si riallaccia a molte dinamiche oggi ritenute di successo. I due interpreti (Andrea Carpenzano e Matteo Olivetti) hanno una gestualità felice e sono convincenti, soprattutto quando devono manifestare la loro inadeguatezza all’ambiente, se non vera e propria goffaggine, mostrando quelle debolezze di chi si ritrova comunque dentro un giro troppo grande. E Luca Zingaretti aderisce al suo personaggio di boss che si manifesta ai ragazzi in tutta la sua figura autoritaria.
Nel dedalo di strade buie, nel cuore della notte, negli aspri conflitti che si accendono nella conquista di una zona da governare, i fratelli D’Innocenzo mostrano come sia brevissimo il passo dalla paura alla gioia, dalla speranza di una vita nuova e soprattutto agiata a una realistica visione di una realtà non più deformata dai sogni. Forse lo fanno con estrema schematicità, forse si limitano a una rappresentazione che soddisfi i dispostivi del genere, non sempre tutto è a fuoco e il finale poteva essere governato meglio, ma è innegabile che i due giovani registi abbiano in mente un cinema molto preciso, lo abbiano amato, assimilato e compreso; e oggi provino a farlo, con risultati incoraggianti.
Stelle: 3



L'ATELIER - A La Ciotat, nel Sud della Francia, dove una grave crisi economica ha fatto chiudere i cantieri, un gruppo di giovani studenti partecipa a un workshop estivo condotta da una celebre scrittrice di thriller. Tra questi c'è Antoine, un ragazzo appartato, che enta in collissione con i compagni e anche la scrittrice. Cantet si dimostra ancora una volta abilissimo nel costruire puzzle umani, interetnici e interclassisti, dove possano deflagrare le contraddizioni della società di oggi. La prima parte ha il ritmo e la scrittura che ricordano "La classe", forse il suo film migliore, ma la seconda declina un po' più standardizzata verso una deriva non sempre a fuoco del thriller che riassume un duello un po' forzato. Un film comunque di rara ricchezza sulla realtà quotidiana attuale. Bravissimi gli interpreti.
Stelle: 3


TITO E GLI ALIENI  - Alla morte del fratello (a Napoli), uno scienziato vedovo (Valerio Mastandrea) che lavora nell’Area 51, si vede recapitare i due nipoti rimasti orfani. Presentato al Torino Film Festival dell’anno scorso, “Tito e gli alieni” è una favola che si colora di fantascienza innocua e buonista, anomala come location ma sostanzialmente ancorata alla commedia più convenzionale, con la puntuale caricatura regionale.
Il tutto alla fine si condensa in un percorso ibrido, che fatica a trovare nella regia di Paola Randi uno sguardo consapevole della materia che affronta. Finale di azzardato richiamo spielberghiano, che però naufraga in un misticismo funerario.
Stelle: 2

 

Venerdì 8 Giugno 2018, 00:11
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