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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Dal musical ai lager tedeschi: il silenzio
fa sempre più rumore di tutto il chiasso



Quasi tronfio per i 7 Golden Globe vinti e addirittura per l’eguagliato record di nomination agli Oscar (14), dopo il suo festoso passaggio all’ultima Mostra come film di apertura, “La la land”, appena sbarcato sugli schermi italiani, sta diventando l’ennesimo caso di un film che si appropria di un eccesso di entusiasmo, nonostante contenga elementi di sicura attrazione, divertimento e qualità. In più il fatto che si tratti di un musical accentua se possibile la spinta verso una trionfale storica affermazione. Ma è tutto oro? No.
Certo almeno la prima ora è un tripudio di colori, suoni, virtuosismi. Poi la esile trama, una romantica storia d’amore tra un’aspirante attrice che sta al banco del bar degli artisti hollywoodiani e un musicista jazz costretto a suonare nei piano bar, ingloba e divora tutto il gioco dei rimandi, delle citazioni, dell’uso spericolato di un tempo storico contaminato (un contesto vintage, dove sbucano cellulari e computer).
Damien Chazelle non riesce così a ripetersi come in “Whiplash”, dove la strada per realizzare i propri desideri era intessuta di sudore e sangue, in un gioco quasi al massacro: lì la tensione, il montaggio, la musica si compattavano in un’ossessione rutilante e claustrofobica. Qui tutto è volutamente frivolo, anche la spirale tra realtà e sogno, cinema e vita, Los Angeles e i suoi specchi (LA/LA/ LA/nd), perfino il gioco del destino (poco prima della fine il film vive un proprio veloce riassunto alternativo, se il primo vero contatto della coppia fosse stato diverso); ma nella seconda parte l’insieme s’intreccia in modo meno sorprendente e alla fine si ingolfa, come in quell’ingorgo iniziale (scena comunque magnifica), dove gli automobilisti anziché arrabbiarsi, si producono in una debordante danza di carreggiata, in mirabile piano sequenza.
Volendo omaggiare tutto un mondo e un cinema (quasi) dimenticato da Busby Berkeley a Jacques Demy, da Ginger & Fred a Stanley Donen e Vincente Minnelli, Chazelle non riesce a rendere esplosiva sul serio la troppa materia, mentre Ryan Gosling e Emma Stone (premiata a Venezia) si sforzano di cantare, suonare, ballare e cambiare espressione. Non sempre riuscendoci.
 
Stelle: 3
 

OLOCAUSTO: DELLA MEMORIA RESTANO SOLO SELFIE - L’Olocausto, la memoria, il suo turismo. In “Austerlitz”, il documentarista ucraino Sergei Loznitsa segue le visite al lager di Sachsenhausen, con uno sguardo asettico, composizioni geometriche e un’implacabile camera fissa per lunghi blocchi sequenza. Ne esce un ritratto sconvolgente sulla “distanza” tra sguardo e luogo, dove il pellegrinaggio odierno assume i connotati di una partecipazione quasi folkloristica, con i selfie che diventano il vero strumento della memoria (propria, e non della Storia).
Se la pietà si disperde in una perlustrazione distratta, dove ogni visitatore fatica a comprendere il “posto”, il bianco e nero di Loznitsa racchiude, comunque senza moralismi, l’urgenza di fare i conti con un’epoca che scambia il dolore del mondo con l’esibizione di sé. 
 
Stelle: 4

 

Sabato 28 Gennaio 2017, 15:13
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