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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Da Manchester alla Luna: due trappoloni
in cerca di gloria nella notte degli Oscar


L’antagonista principale di “La la land” nella corsa agli Oscar è un altro di quei film, al pari di “Moonlight”, che apparentemente sembrano possedere elementi essenziali per poter catturare l’attenzione e l’appaluso del pubblico e della critica: un tema di disagio esistenziale o sociale, un clima di ostilità della vita, un tono malinconico o una forza ribelle eccetera. Tutto questo “Manchester by the sea” (siamo in una cittadina americana del Massachusetts, non nella nota città inglese) ce l’ha. Allora cos’è che non convince sul serio? Si badi: parliamo comunque di un film interessante, spesso coinvolgente, con una sensibilità non comune. Però, però…
Alla morte del fratello, Lee Chandler torna dalla vicina Boston a Manchester per i funerali, scoprendo di essere stato nominato tutore del nipote Patrick. Lee, al quale Casey Affleck dà tinte di dolorosa malinconia e un senso di inadeguatezza alla vita, soprattutto anche per un tragico evento avvenuto nel passato, è costretto quindi a confrontarsi con una comunità che aveva lasciato, riallacciando rapporti abbandonati, compreso quello con la moglie.
Partendo da un lutto, il regista Kenneth Lonergan, che aveva esplorato simili temi in “Conta su di me”, scuote il già esistente malessere in una sorta di intimo, struggente mélo che accompagna un percorso di revisione della propria vita, senza una vera redenzione, dove si dimostra che fuggire dal passato è quasi impossibile. Articolato a intarsio, con un montaggio che esalta la frantumazione temporale degli accadimenti, che è anche la forza sul quale il film si regge, “Manchester by sea” deve molto alla scrittura (la sceneggiatura è dello stesso regista), che rinuncia a ogni crocevia emotivo, scegliendo la sottrazione come base per un racconto di inguaribile depressione, aiutata anche dal paesaggio, il cui spleen è immediato.
Tuttavia il tutto alla fine sembra animato da una retorica della disperazione, con gli snodi troppo pensati affinché possano sempre commuovere, un cinema un po’ pateticamente vecchio, con una sensazione di déjà-vu, dove anche la colonna sonora (compreso un incontrollato uso dell’Adagio di Albinoni, in porzione esagerata, che di per sé ormai dovrebbe essere vietato) gonfia il bisogno della lacrima, perché comunque la vita ha sempre un agguato pronto. 

Stelle: 2½


MOONLIGHT: LA LUCE E' DEBOLE - La vita di un bambino nero e gay, vessato dai compagni di scuola (siamo a Miami in un quartiere a totale esclusione dei bianchi), nelle varie tappe fino alla maturità, dove si arriva a un ribaltamento della personalità, anche se intimamente rimane la persona sensibile che era in tenera età, non può che ottenere una forte empatia. Così “Moonlight” finisce nel calderone degli Oscar con lo sproposito di 8 nomination e piace a molti. Invece l’opera seconda di Barry Jenkins è abbastanza deludente.
Diviso in tre parti (infanzia, adolescenza, maturità), ma lontano da qualsiasi ambizione alla Linklater, il film ha il difetto sostanziale di non avere mai un momento di autentica spontaneità. Le situazioni, le battute, lo sviluppo della storia (i tre episodi finiscono con l’essere troppo slegati, nonostante i bravi interpreti) sembrano volere marcare una forte adesione a un taglio poetico cercato, dall’inutile fotografia satura ai troppi inserti onirici, che rischia di rendere quasi tutto astratto. Così alla fine finisce col togliere autenticità anche alle poche azioni che danno vera scossa, risultando più un esercizio di stile che un ruvido romanzo di formazione, a cui difettano carne e sangue. 

Stelle: 2
 

Sabato 18 Febbraio 2017, 10:16
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