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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Covenant, ora più che paura Alien annoia
Ridley Scott in panne. E i mostri siamo noi


Il fatto che nel titolo ritorni a campeggiare il nome “Alien”, dimenticato nel primo prequel, la dice lunga sulla necessità di ricollocare almeno la persuasione verso un pubblico e una critica che avevano decretato il fallimento di quella operazione a ritroso del capolavoro di Ridley Scott (1979), che già vantava tre sequel. Tutto inutile.
“Alien: Covenant” dovrebbe servire ad approfondire la genesi dell’orrore a bordo delle navicelle spaziali; l’unica cosa in realtà di somiglianza è, oltre ai mostri, ormai la iterazione strutturale del capitolo iniziale, svolta sempre più con innegabile stanchezza senile e una ripetitività francamente noiosa. Scott dimostra di non essere liberamente ispirato, come per fortuna gli è successo con il sorprendente cult “The martian”, che brilla in mezzo ai due prequel, e ad aggravare la situazione punta molto in alto, già a partire dalla prima sequenza (riciclata dall’incipit del suo “Blade runner”, a pochi mesi dall’uscita del sequel di Dennis Villeneuve), con un piglio filosofico sulla Creazione, dove l’androide David suona al pianoforte l’Entrata degli Dei nel Valhalla wagneriano, con voglia di kubrickiano stupore.
Stavolta la nuova navicella (la Covenant) incontra una pioggia di neutrini che ne mette in difficoltà la navigazione, fino a scoprire un inatteso Nuovo Mondo (con un curioso canto delle sirene: una canzone di John Denver), non previsto dalle mappe, che altri non è il pianeta dove si è conclusa la fuga dei superstiti della Prometheus. Qui una sceneggiatura quasi irrisoria e fortunatamente a tratti soverchiata da alcune scene horror disturbanti (l’entrata nella necropoli e la feroce eliminazione della civiltà degli Ingegneri), quando non trash (la scena della doccia) appoggia smodatamente tematiche ambiziose, sciupando in parte anche la lotta tra il nuovo androide Walter (un doppio Fassbender) e quello storico David (con finale decisamente scontato). Se Katherine Waterson non lascia il segno, almeno quanto Noomi Rapace, perché di virago c’è sempre solo Sigourney Weaver, il film, che all’inizio perde quasi un’ora tra lacrime e manutenzioni, vive ossessivamente tra Morte e Nascita, con l’Umanità vera portatrice del Mostro. Ma anche questo lo sapevamo già.
Stelle: 1½


UNA SETTIMANA E UN GIORNO: IL LUTTO NON SI ADDICE A TUTTI 
- Una coppia di genitori ha terminato la settimana di lutto ebraica per la perdita del figlio, malato terminale. Ma il ritorno alla normalità è tutt’altro che agevole. L’esordio di Asaph Polonsky con “Una settimana e un giorno”, nato in America ma cresciuto in Israele, segnalatosi alla Semaine di Cannes 2016, è una piacevolissima commedia buffa e surreale. Partendo da un momento tragico, sviluppa una realtà costantemente destabilizzante, a tratti con una originalità vivace e caustica, dove il dolore diventa grottesco anche nell’osservanza ferrea delle regole. Tra spinelli con l’amico del figlio, un plaid scomparso e la madre dei gattini, il culmine è la contrapposizione con un altro scenario luttuoso, più ortodosso.  Distribuisce la padovana Parthénos. 
Stelle: 3


ON THE MILKY ROAD: UN INSOPPORTABILE DELIRIO  - Di Vie Lattee il cinema ne conosce, ma questa di Emir Kusturica è la prova che il tempo passa e certo cinema invecchia. Così la fine della guerra balcanica finisce nel consueto, debordante, insopportabile delirio, tra musiche assordanti, esplosioni e sparatorie, allegorie e metafore, galline, oche, serpenti, asini, cicogne e altri zoo; e ovviamente Monica Bellucci che qui ha l’imprudenza di voler essere scambiata per Sophia Loren. 
Stelle: 1

Sabato 13 Maggio 2017, 00:23
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