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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Convince Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Le fiamme dell'odio bruciano sempre



“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un film difficilmente attaccabile.
Se può non entusiasmare chi obbligatoriamente cerca sguardi autoriali, innovativi ed esteticamente seducenti, impossibile è non farsi suggestionare da una storia così drammaticamente dura, sicuramente già vista altre volte, ma scritta con precisione chirurgica, sorretta da dialoghi taglienti e scolpita sullo schermo dalla bravura sensazionale di un cast, che va dalla favolosa Frances McDormand ai non meno bravi Woody Harrelson e soprattutto Sam Rockwell. Se questi sono ancora valori assoluti per la qualità di un film, qui il risultato vale l’applauso. All’ultima Mostra ha vinto il premio per la miglior sceneggiatura (ma avrebbe meritato riconoscimenti più apprezzabili) e ai Golden Globe è il film che si è portato a casa più statuette, in attesa degli Oscar.
Siamo in Missouri, ambiente conflittuale, aspro, dai contorni sociali incandescenti. Mildred Hayes (McDormand), una donna certo non fortunata nella vita, è da mesi alla ricerca del colpevole dell’omicidio della figlia. Di fronte all’inerzia della polizia locale, nella quale spicca l’odioso razzista e omofobo vicesceriffo Dixon (Rockwell), affitta tre cartelloni pubblicitari abbandonati sulla strada d’ingresso alla città, sui quali dà voce alla sua rabbia contro le forze dell’ordine, incapaci di risolvere il caso. La provocazione innesca una serie di contrapposizioni sempre più feroci e tragiche, non bastasse già il destino (lo sceriffo Willoughby – Harrelson – ammalato di cancro) a far danni.
Autore anche della sceneggiatura Martin McDonagh, del quale si ricorderà almeno l’eccentrico “In Bruges” di una decina di anni fa, firma una specie di western spietato, cadenzato da una ballata drammatica, dove le radici dell’odio esplodono in modo esponenziale. Non mancano alcuni richiami di costruzione coeniana, non solo per la presenza della McDormand: si veda la sequenza d’apertura, con l’auto che scavalla un dosso, come succede in “Fargo”, ma al contrario dei fratelli del Minnesota, McDonagh ai suoi personaggi toccati da razzismo e violenza (nessuno ne è esente) concede sempre un atto di umanità, una possibilità di redimersi, di compiere un gesto positivo inatteso. Se il film procede per accumulo e forse spinge l’acceleratore anche su un certo compiacimento, va anche detto che tale esagerazione non sbaglia però un colpo, in un malinconico finale dove chi ha fatto del male forse capisce che è tempo di cambiare.
In definitiva McDonagh non dà mai la sensazione che tutti gli snodi fondamentali del racconto siano scelte volutamente forzate (si pensi anche a una deriva grottesca, che ogni tanto affiora: la più divertente in ospedale), ma contribuiscano a creare un clima continuamente d’allarme e pericoloso, dove ogni comportamento umano non sempre sembra calcolare le conseguenze. 
Stelle: 3½

Giovedì 11 Gennaio 2018, 23:17
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