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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Cannes 70, giorno 3: è il festival dei ragazzi
Dalla Corea all'Ungheria, il migliore è italiano

Orma è il festival dei bambini-ragazzi. Sono protagonisti praticamente in quasi tutti i film visti finora. Anche ieri. Per il resto la disorganizzazione del Festival sta raggiungendo livelli comici: controlli esasperati all’alba a tutti gli accreditati, noti possibili bombaroli, fino a “tutti dentro senza controllo” quando il film in sala comincia e la fila fuori è ancora lunga, mentre i camion vanno allegramente su e giù per la Croisette; proiezioni ridicole per minuti e minuti con mezzo film proiettato sulle tende e non sullo schermo, mentre in sala si urla e si applaude ironicamente. È successo al film di Bong Joon-ho, già fischiato all’inizio in quanto produzione Netflix, dopo le polemiche dei giorni scorsi, che hanno visto anche il presidente della giuria Pedro Almodóvar entrare a gamba tesa in modo imbarazzante. La sensazione è che Cannes non sia più in grado di reggere una macchina così complessa, a cui l’aggiunta della sicurezza ha dato un possibile problema in più.
JUPITER’S MOON di Kornél Mundruczó (Concorso) – Un ragazzo immigrato colpito a morte durante un pattugliamento di forze speciali al confine ungherese, inizia un’ascensione in cielo. Questa sua straordinaria capacità lo porta ben presto a essere cacciato come elemento sovversivo e pericoloso, mentre un dottore cerca di metterlo in salvo, lucrando anche possibilmente su tale miracolo. Già premiato a Cannes due anni fa al Certain regard con “White God”, Mundruczó sembra più attento alle questioni estetiche con piani-sequenza secondo tradizione alla Jancsó (bellissimi quello della prima fuga nella foresta e l’inseguimento stradale), che non alla sostanza del film, che viaggia su spericolati tragitti di una metafora cristologica-angelica, che forse dovrebbe rappresentare una resurrezione anche dell’Ungheria da Paese corrotto, razzista e marcio in ogni istituzione. Velleitario e compiaciuto, anche troppo lungo. Una grande delusione. Voto: 4.5.
OKJA di Bong Joon-Ho (Concorso)
– In una zona remota bucolica della Corea, una bambina - Mija - vive con un maiale di proporzione stupefacenti, Okja. In realtà l’animale fa parte di un progetto omg di una multinazionale che cerca di trarre profitti dalla necessità di reperire risorse per sfamare il mondo. Così quando Okja deve finire al macello, la bambina parte battagliera, sorretta da un’organizzazione di liberazione animali, per salvare il suo animale compagno di vita. Una favola ecologica un po’ troppo buonista e semplicistica, che passa dalla commedia all’azione più sfrenata, ma che lascia tutti i quesiti aperti, specialmente quelli più politici. Bong è sicuramente preferibile nel mistery, noir, horror. Qui fa solo un po’ di frastuono e innocui buoni sentimenti. E la musica alla Kusturica proprio no. Voto: 5.


A CIAMBRA di Jonas Carpignano (Quinzaine)
– A Gioia Tauro vive una comunità rom, assieme a una folta rappresentanza di immigrati africani e l’inevitabile azione criminale della ‘ndrangheta. Pio è un ragazzo gitano spericolato, arrogante e desideroso di dimostrare di non aver paura, dal fumare e guidare l’auto al rubare: ha fretta di diventare adulto. Carpignano realizza un film vivido e emozionante, grazie anche all’apporto fondamentale della recitazione sorprendente di tutta la comunità, con uno sguardo documentaristico, secco e privo di ogni moralismo, anche negli aspetti più duri e contraddittori della quotidianità complessa e pericolosa, tra sgarbi, tradimenti e ferrei codici comportamentali. Dopo “Meditarranea” la conferma di un giovane regista nato a New York da madre afroamericana e padre italiano, che sa raccontare la vita immergendosi senza timori negli aspetti più oscuri, forse con una digressione di troppo in qualche aspetto onirico-surreale. Parlato in una specie di dialetto calabrese-gitano, è stato meritatamente applaudito. Voto: 7.
 

Venerdì 19 Maggio 2017, 17:49
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