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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

Cannes 70, giorno 2: ancora fantasmi
Bambini che scappano e spariscono

Code e cose pazzesche a Cannes. Controlli fino all’ultimo pelo per gli accreditati che entrano in sala (con proiezioni in ritardo), mentre a due metri davanti al Palais e lungo la Croisette scorazzano i camion, come se nessuno in Francia si ricordasse di quello che è successo a Nizza. Davvero sconcertante. Film sempre più all’insegna di fantasmi e sparizioni, specie di bambini. Finora nessuno se li ha fatti mancare.
NELYUBOY di Andrey Zvyagintsev (Concorso) – Una coppia sta per divorziare. Hanno un bambino ed entrambi un nuovo partner. Il bambino avverte doloramente la loro ostilità. E un giorno scompare. Una grande metaforona sull’assenza che va letta oltre le mura casalinghe, ma investe la Russia di oggi, alla deriva totale come spiega l’emblematico finale. Un film cupo e probabilmente anche potente, dove il manierismo del regista è tenuto a bada, ma anche un film che per spiegare ogni singola situazione ci mette un tempo infinito. Voto: 6.

WONDERSTRUCK di Todd Haynes (Concorso) 
- Due bambini in epoche diverse (1927-1977) fuggono dal Minnesota e arrivano a New York in cerca di un genitore sparito dalle loro vite.  Haynes si conferma regista magistrale di sentimenti, nello scandaglio appassionato di epoche passate, confermando tutta la sensibilità di un cinema sofisticato e nostalgico. Ma stavolta il tema portante è meno forte, le contrapposizioni (cinema muto/cinema sonoro metafora della sordità dei due bambini, bianconero/colore, campagna/metropoli) sono rese meccaniche da un montaggio alternato convenzionale, e per spiegare alla fine il rapporto che esiste tra i due bambini ci mette una vita, quando dall’inizio era l’unico possibile. Certo resta lo stupore del fantastico (siamo dalle parti di Brian Selznick, autore di Hugo Cabret), un po’ troppo a ricalco del film scorsesiano (e a tratti anche noiosom specie nella parte del museo), ma l’insieme è debole, nonostante le lacrime di Juliane Moore. Voto: 5.
SICILIAN GHOST STORY di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza (Semaine)
- Luna è un’adolescente siciliana che si innamora del compagno di classe Giuseppe, figlio di un pentito della mafia, che improvvisamente scompare. Partendo dall’atroce storia vera dell’11enne Giuseppe Di Matteo, sequestrato, ucciso e sciolto nell’acido nel 1996, Fabio Grassadonia e Antonio Piazza purtroppo non confermano le buone sensazioni dell’opera prima “Salvo”. “Sicilian ghost story” risente di un forte manierismo estetico (accentuando il limite della prova d’esordio), indeciso tra un realismo che dovrebbe essere fortemente cupo, ma che invece risulta depurato di ogni carica feroce, e una componente visionaria da favola nera, con troppi simbolismi stucchevoli, tra case chiuse e buie, come la prigione di Matteo. Insomma: migliore l’idea, del risultato. Voto: 5.
BARBARA di Mathieu Amalric (Un certain regard)
– L’attrice Brigitte interpreta in un film la cantante Barbara. Cercando di entrare il più possibile nel personaggio, l’attrice si identifica totalmente. Amalric, qui anche regista sulla scena come nel film di Desplechin, costruisce un anti-biopic con il suo consueto stile nervoso, stratificato, cerebrale, superando la traiettoria metacinematografica con un spiazzamento continuo del luogo, del personaggio, della storia. Ne esce una specie di Tournée più intimista, dove ancora le regole dello spettacolo e della vita si intersecano, fino a confondersi, ormai una consuetudine del suo cinema. Bravissima Jeanne Balibar. Voto: 7.5.
 
 

Giovedì 18 Maggio 2017, 16:02
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1 di 1 commenti presenti
2017-05-18 16:23:36
Leggerini sti film, mi chiedo se la pretenziosita di questi registi sarĂ  premiata solo dal loro ego o dalla critica al loro ego? Va Beh che essendo film a basso budget quando non direttamente finanziati dallo stato come nel caso dei film italiani,possono sopportare il non aver successo al botteghino, ma tra Venezia, Roma, Cannes e Berlino non potrebbero fare un unico festival del cinema d'essai?