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Oggetti di schermo di Adriano De Grandis

69 Berlinale, giorno 6. Synonymes fa discutere
ma il porno soft lesbo in bianco e nero fa pena

Leggera ripresa per il Concorso o comunque la selezione ufficiale, con film che riaccendono un po’ di entusiasmo, anche se arriva forse il film peggiore dell’edizione.

SYNONYMES di Nadav Lapid (Concorso)
– L’israeliano Yoav raggiunge Parigi ed entra in un appartamento disabitato e totalmente vuoto. Mentre fa la doccia, qualcuno gli sottrae lo zaino, dove praticamente c’è tutto. Rimasto senza niente e nudo, Yoah bussa alla porta vicina, dove vive una coppia giovane. I tre instaurano un’amicizia molto sentita. Nel frattempo Yoav impara la lingua e ottiene la cittadinanza francese. Ma l’integrazione non è così semplice. Basandosi su un’esperienza personale, il regista fa compiere al suo protagonista il suo medesimo viaggio intrapreso a suo tempo. Ne esce un sincopato e rapsodico lavoro, dove la rilevanza politica assume significati precisi e pessimistici (si veda il finale), i toni surreali mostrano gli apparati grotteschi nazionalistici (sia francesi, che israeliani) e i rimandi cinematografici che sposano a domino Bertolucci e la Nouvelle Vague sono disseminati ovunque, dall’appartamento al cappotto indossato dal protagonista, dalla vasca da bagno alla auto-penetrazione anale (che fanno tanto “Ultimo tango”) al ménage à trois (che fa tanto “The dreamers” e ovviamente “Jules et Jim”). Un cinema sulla negazione, soprattutto dall’integrazione al sesso, nonostante il protagonista offra generosamente alla vista il suo rilevante corpo. Sicuramente uno dei film più interessanti. Voto: 7.
ELISA Y MARCELA di Isabel Coixet (Concorso)
– Nella Spagna di fine ‘800 Elisa e Marcela s’incontrano nel cortile della scuola: è amore a prima vista. Ma il padre di Marcela ostacola questa sospetta relazione, separando le due ragazze, che tuttavia qualche anno dopo si incontrano. Per sposarsi, Elisa si traveste da uomo, ma scoperte le ragazze vengono arrestate, mentre Marcela rimane volutamente incinta (grazie all’apporto di un boscaiolo). Molti anni dopo una ragazza arriva in Argentina, dove le due donne vivono ormai da tempo insieme. Traendolo da L’insipida Isabel Coixet conferma la sua straordinaria sopravvalutazione, con una specie di film softcore a lume di candela, in bianco e nero, dove il feuilleton spegne ogni ardore. Se le scene di sesso strappano qualche sorriso inaspettato (vi partecipano, alghe, latte e perfino piovre, alla faccia delle famose anguille di Valeria Marini), se i richiami simbolici alla natura sembrano perfino fanciulleschi, se il contesto storico e sociale manca del tutto, il film diventa un’accozzaglia di scene, spesso anche chiuse a iris, senza carne, senza anima e senza sesso, mai credibili, come le due protagoniste, in un'estetica fintamente autoriale e con una narrazione da telenovela. Davvero ingiustificabile la sua presenza in concorso. Voto: 1.
VARDA PAR AGNÈS di Agnès Varda (Fuori Concorso) –
La regista di “Cléo dalle 5 alle 7” e “Senza tetto né legge” rilegge tutta la sua carriera artistica e arrivata a 90 anni dimostra ancora di essere ancora giovane. Un documentario, come una masterclass, che apre le porte, i segreti e gli aneddoti di una filmografia appassionata, dal tono didattico e confidenziale (con lo spettatore), nel quale affiora tutta la straordinaria complessità dei suoi lavori, con l’antologica rivisitazione di celebri sequenze dei suoi film, il rapporto sul set con i propri attori e quello affettivo con Jacques Demy. Pagine di cinema da sfogliare con lo sguardo. Voto: 8.
 

Mercoledì 13 Febbraio 2019, 16:25
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