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Modi e Moda di Luciana Boccardi

Un libro di Sofia Gnoli premiato a
Matera racconta la moda anni '40

  
 
Parliamo quasi sempre di riferimenti con periodi che offrono pretesti stilistici per ritorni e riproposte che parlano un linguaggio vintage. Ora è’ il turno degli anni Trenta e Quaranta riproposti  per il 2019 da varie collezioni, ultima e bellissima quella di Chiara Boni che offre uno spaccato legato al periodo che si colloca nel Novecento, tra le due guerre, ovvero gli anni che vanno dal 1930  nel 1945,  gli anni della moda ruggente uscita rabbiosa e insolente dalla crisi del ’29 che aveva messo in ginocchio il mondo  fino alla caduta del regime fascista e la  fine della seconda  guerra mondiale che nella storia dell’abbigliamento diventa uno dei momenti più interessanti per l’universo tessile, costretto per fronteggiare le sanzioni e la conseguente mancanza di materie prime ad inventare tessuti e materiali nuovi che verranno prodotti con erbe, fiori, piante da giardino.
Un periodo che ci consegna una moda iperfemminile che gratifica una silhouette   celebrata con immagini delle prime grandi dive del cinema , a cominciare da Greta Garbo per finire con Isa Miranda o Alida Valli con gli abitini di “Ore 9 , lezione di chimica” , vita stretta dal cinturino.  Inevitabile in un contesto stilistico come questo ripercorrere le pagine di un libro  dal titolo provocatorio,  “L’eleganza fascista”  di Sofia Gnoli (Carocci Editore Sfera )  che consente di ripercorrere storicamente i decenni tra  le due guerre  del Novecento, quando,   più che essere belle,   le donne volevano diventare un “tipo”. Valorizzare un difetto ad esempio era indice di carattere: gli occhi un po’ sporgenti alla Bette Davis, le labbra- canotto della Crawford, il viso irregolare di Judy Garland, l’aria da casalinga invitante di Carla Del Poggio. La moda esigeva dalla donna una bellezza non omologata.
Premiato nella scorsa estate nel corso del Festival dei Sassi di Matera, il libro  - che per la  completezza di riferimenti storici e iconografici è uno dei volumi “da scaffale di studio” della moda   -  considera un arco di vita vissuta in un tempo ardito,   quando con i primi vagiti del nuovo Regime saltellano le frange “ charleston”   su gonnelle che scoprono impudentemente le ginocchia. Una moda che -   spiega la Gnoli, proponendo una documentazione interessante ed esaustiva – si adegua a nuove impostazioni che la donna incontra nello svolgere un’attività tanto diversa da quella che connotava fino allora il mondo femminile. Donne che lavorano fuori casa (uscite dall’esperienza della prima guerra mondiale che aveva visto il mondo femminile occupare i posti lasciati vuoti dagli  uomini in guerra), donne libere di frequentare luoghi di divertimento anche senza essere accompagnate, donne che fumano – con i lunghi bocchini cesellati o realizzati in materiali preziosi, donne che possono finalmente permettersi di accorciare le gonne  o indossare fourreaux fascianti un corpo reso così visibile.
Dopo i  ruggenti anni Trenta, l’ eleganza fascista raccontata dalla Gnoli affronta un ritorno alla morigeratezza imposto dal  Regime :  le gonne si allungano un po’,  la silhouette femminile si chiude  in abiti che comunque lasciano intuire curve abbondanti di donne- fattrici esaltate nei discorsi del Duce. La moda punta su elementi decorativi come il boa di pelliccia, o  cappelli eccentrici (famosi quelli di Elsa Schiaparelli). In Francia vince lo stile di  Coco Chanel che ha messo al bando i corsetti liberando  il corpo da ogni costrizione. Libere le donne volano verso gli anni Quaranta  con la moda di guerra, realizzata con l’impiego di tessuti che il libro della Gnoli ci elenca puntualmente rendendo onore alla fantasia incredibile dei nostri “creativi” stimolati dalla prìvazione  sempre più pesante di fibre naturali . Il regime  infatti promulga una legge che impone a tutti i  tessutai di impiegare sempre più fibre artificiali. Si inventano i tessuti autarchici ( molti dei quali  diventeranno i grandi tessuti del nostro tempo!) , a cominciare dal nylon, rhodia, bemberg, viscosa rayon, albene, cellophan – impiegato dai sarti di allora  soprattutto per abiti da sera con strascico lucente -  lastex, ginestra (un tessuto piacevole ottenuto lavorando le ginestre, fino allora apprezzate solo nei versi di Leopardi!) , l’orbace , usato soprattutto per le divise militari fasciste,  destinato a diventare un simbolo della moda di regime. Non ultimo il lanital, lana di coniglio reso famoso da Luisa Spagnoli:   “un ettolitro di latte, quattro chili di burro, dieci chili di caseina….  per ottenere dieci metri di lana artificiale “
“Sono stata la prima a sperimentare i nuovi tessuti “ – dichiarava  Elsa Schiaparelli esaltando le nuove fibre  guardate con sospetto dalla moda conservatrice che accettava  non con piacere le nuove tendenze imposte dall’autarchia.
Si  rafforza  nel ’40  la  guerra feroce  ai pantaloni considerati indumento che toglie grazia e femminilità: Lucio Ridenti, ne 1939, sulla “Gazzetta del Popolo” ne decreta la fine :  “ …le donne non porteranno più i calzoni, né in città, né al mare, né nei luoghi di villeggiatura…”, e stigmatizza  Marlène Dietrich, che definisce “la prima a indossarli creando questa sorta di epidemia”.
Spariscono dalle vetrine oro, brillanti e pietre preziose “ma il collo e la mano di una bella signora appaiono bellissimi anche adorni di plexiglas, pietra dura, metallo smaltato o colorato. Spariscono anche le calze sostituite da  speciali vernici innocue”.
Le scarpe si alzano su suole di sughero,  gli zoccoli diventano scarpe metropolitane, i capelli scendono fino all’inizio del collo raccolti spesso in un nastrino di velluto intonato al colore del vestito. Le gonne sono svasate, a pieghe, portate con camicette bianche e bolerini  di maglia lavorata a mano. Gonna e camicetta bianca saranno anche la divisa della “piccola italiana.         
Dopo anni di predominio di una moda “francese” nasceva allora  la moda italiana, capostipite una sarta che sarebbe divenuta famosa, Biki.                      
 
 

Venerdì 16 Novembre 2018, 22:37
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