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Modi e Moda di Luciana Boccardi

AltaRoma e i giovani - Chi ha paura
dell'Alta Moda?

E ’ innegabile che lo stato maggiore -   i “cervelli”  di AltaRoma (la rassegna di moda che si è conclusa il 29 gennaio scorso nella capitale) - stia perseguendo da varie stagioni un  disegno che premia “i giovani” , questa fascia che nella moda è diventata una nuova "categoria",  sostantivo assegnato a stilisti e aspiranti tali che una volta sarebbero stati considerati “principianti”. E per i “giovani” AltaRoma è stata ancora una volta un percorso vincente.  Le parole vivono un loro tempo, e soprattutto nella moda diventano definizioni , pertinenze. Vi sono le parole trend, quelle che accompagnano le recensioni di giornali vari, dai più importanti per diffusione ai più “raccontieri”, la stampa da “tempo libero”,  dove puoi trovare di tutto e di più in libera uscita dalla consuetudine semantica quotidiana. Ci sono parole in disuso, anche a prezzo di alterazione di appartenenza, come se invece di dire fabbro per quello che forgia il ferro decidessimo di chiamarlo “forgiatore”: somiglia ma non è la stessa cosa.  Questo è avvenuto ad esempio per la definizione di alta moda che si riferiva a ogni abito realizzato a mano in una sartoria, un atelier,  un modello più o meno unico  realizzato da un sarto (nome uscito dalla parlata corrente di moda , sostituito tout court da “stilista”).  Anche qui non è la stessa cosa in quanto uno stilista può anche non essere sarto: è  un creativo che sa disegnare un abito o interpretare un disegno da tradurre in cartoni utili  al taglio, quindi una figura autorevole  nel pret-à-porter, nella cosiddetta moda industriale, riproducibile in  un numero infinito di copie. Nel pret-à-porter possiamo trovare anche  capi  prodotti in numero abbastanza ridotto, capi di lusso estremo, comunque mai  “scientificamente” di “alta moda” In quanto non pezzi unici usciti dalle mani di un “sarto”.   Un modo e una semantica nuova piano piano assegnavano anche ai sarti (i pochi rimasti esclusivamente tali)  la qualifica di stilista. Esiste  comunque una produzione di alta moda nel mondo che oggi  trova solo a Parigi la culla accogliente che la ospita in una manifestazione che si ripete due volte all’anno e che accoglie i nomi che si propongono nella bellissima e difficile competizione. L’Italia ha conservato fino a qualche decennio fa un suo spazio nobilissimo per l’alta moda che a Roma  (con la testata di AltaRomAltaModa)   veniva presentata esattamente come a Parigi  due volte all’anno, con il prodotto di sarti-stilisti  italiani  che si proponeva come alta moda (che non significa affatto più “alta” o più importante, bensì unica, fatta a mano in atelier, e certamente più di lusso, più costosa). Piano piano il fascino di Parigi  e una politica intelligente che la Francia ha sempre riservato alle cose di moda, ha fatto sì’ che molti dei bei nomi della nostra alta moda scegliessero di sfilare nella capitale francese, lasciando in Italia i  meno fortunati economicamente, non in grado di sostenere una spesa più pesante, ma non per questo meno abili, meno bravi. Nomi di “censo”, importantissimi  per la moda come Raffaella Curiel, Renato Balestra, Gattinoni, Fausto Sarli  (finchè c’è stato!) , sfilavano nella sede romana (che da sempre era stata  riservata all’ Alta Moda), raccolti sotto l’etichetta che  la annunciava  nel calendario della rassegna. Nomi storici importanti e anche nomi nuovi, in attesa di volare, tra i quali oggi possiamo inserire Michele Miglionico ,  Sabrina Persechino,   Gianini Molaro, Giada Curti, Lettieri . Il trasferimento di varie testate a Parigi ha suggerito però allo stato maggiore romano di eliminare la “categoria”  sostituendola  con altri termini fantasiosi, ad esempio , “Atelier”.  (“Io ho sempre fatto e sempre farò alta moda “– ha ribadito deciso Balestra,  che per questa edizione della rassegna ha dato forfait motivato da importanti impegni presi in precedenza). E alta moda continua a produrre in Italia  Raffaella Curiel  anche se non più a Roma  (voci di corridoio dicono che sfilerà tra pochi giorni  la sua “alta moda” a Milano).    Perché in Italia questa paura, quasi fastidio per il termine "alkta moda"?   Se – come è avvenuto anche nell’ultima tornata di AltaRoma - vi sono sarti (o stilisti) che presentano la loro “alta moda” -  perché contrassegnarli in calendario con l’etichetta di "Atelier"?  Perché se Parigi si impone con la rassegna di “Haute Couture”  proposta due volte all’anno  come  il pret-à-porter  , in Italia  l’alta moda viene accolta sotto altra etichetta, quasi ci si vergognasse di qwuella definizione?  Organizzatori, responsabili di rassegne, esperti di moda, giornalisti, operatori,   assegnando spesso con ignoranza il  termine  alta moda a una moda più suntuosa, più ricca, più bella,  non perdono occasione per suggerire a creativi italiani la trasferta a Parigi, assecondando il  desiderio  di eliminare definitivamente dall’Italia lo spazio riservato da sempre anche all’alta moda.  Perché non sostenerla in Italia lasciandole il suo vero nome ?   Chi ha paura dell'Alta Moda? Potenza  napoleonica, atteggiamento snobistico  provinciale o piuttrosto
preoccupazione della grande industria della moda pronta, il "pret-à-porter",  nei confronti di una possibile distrazione di aiuti e sovvenzioni in favore della "sartoria"? Finchè verrà presentata una sfilata di “alta moda” a Roma (o in altra città d’Italia eventualmente destinata ad ospitarla) cerchiamo con  coraggio di chiamarla con il suo nome e non con il fantasioso , fuorviante, "Atelier".
Rafforzato e riconosciuto il contenitore  si moltiplicheranno forzatamente anche i contenuti. Anche molti giovani tra quelli che oggi  vengono considerati protagonisti del mondo creativo parteciperebbero volentieri a una sessione prestigiosa e stimolante quale potrebbe essere l’ALTA MODA in AltaRoma.
 

Mercoledì 30 Gennaio 2019, 01:41
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