Siamo i ragazzi dell'Einaudi: ecco la verità
sul caso del "sesso nei bagni della scuola"

Quando si era piccoli e la noia stava per prendere il sopravvento, uno dei rimedi più efficaci ed easy-going era il “telefono senza fili”. Era un gioco che non richiedeva molto: qualche amico, un po' di fantasia e ci si divertiva a storpiare il messaggio. Per gli amanti del passatempo, più la linea di questo telefono era lunga e più la cosa divertente.

Nell'ultimo periodo si potrebbe dire che si sia svolto un grande "telefono senza fili" per tutta Italia. Un sogno per i bambini. Ma la faccenda diventa decisamente meno “simpatica” se questo passatempo viene utilizzato per fare "informazione" a milioni di persone. Mischiare un gioco con le cose della vita vera può essere rischioso.

Ma andiamo con ordine.

La storia ormai la conoscono tutti: lui e lei in bagno fanno sesso, un compagno li vede, quattro giorni di sospensione a lei e uno a lui, con tanto di fascicolo polemico allegato.

La storia, però, ora vogliamo raccontarvela anche noi, che ne sappiamo molto più di quanto qualcuno sarà disposto a credere. Sedete, perché la nostra storia è diversa e forse annoierà. La verità non ha mai interessato più di tanto, in casi come questo.

Un ragazzo, un qualsiasi lunedì mattina, chiede di andare in bagno alla professoressa. E' una cosa normale a scuola, quando scappa, scappa, direbbe qualcuno. Torna, però, poco dopo, con una velocità insolita. Un suo compagno chiede di uscire dalla classe. Il ragazzo appena tornato lo sconsiglia, con fare evasivo. "Aspetta un po', è meglio", dice. La professoressa, però, sente il tutto e si incuriosisce. "Che succede, stanno fumando?" chiede. "Non proprio prof, diciamo che...ehm... si stanno tenendo compagnia, divertendo. Come posso dire...". Non serve aggiungere altro, la situazione è chiara. La professoressa esce, per capirne di più, e si dirige verso i bagni. Lì, fuori dalla porta, quasi per casualità, vede un inserviente scolastico e, visto che i bagni sono quelli maschili, gli chiede di entrare per controllare la situazione. L’inserviente entra, ispeziona, esce. "In effetti lì dentro c'è qualcuno, ma la porta è chiusa". "Aspetteremo". I due imbucati, oramai certi che qualcosa lì fuori stia accadendo, capiscono: meglio abbandonare quel gioco che si sta facendo pericoloso. Esce prima lei, la professoressa è lì ad aspettarla. "Ma cosa stavi facendo lì dentro?" "Come cosa stavo facendo? Niente di male..." risponde la ragazza con fare evasivo. Poco tempo dopo esce anche lui, tutt'altro che tranquillo. L'espressione è quella di chi sa di averla fatta grossa, il gioco non si è concluso come sperava. Il chiacchiericcio nel frattempo si diffonde, prima nella classe del ragazzo all'inizio della nostra storia e poi nelle classi dei due "appassionati".

La cosa non resta limitata alla scuola: Facebook, come sempre, catalizza attenzioni e commenti dei vari appartenenti all’Einaudi e non solo. Da Sandrigo a Bassano, nel giro di pochi giorni lo sanno tutti gli abituali frequentatori degli istituti scolastici. La cosa, evidentemente, ormai è troppo grande per non finire sui giornali locali. Ebbene, ecco che venerdì anche il Giornale di Vicenza racconta la sua versione: "Sesso nei bagni della scuola", è il titolo dell'articolo che non lascia spazio all'immaginazione. Altro che farfalla di Belen, giusto per richiamare il patetico sarcasmo dell'autore.

Dal Giornale di Vicenza, la cosa passa ai media nazionali in un paio di giorni. Avidi di notizie, bisognosi di temi scottanti, pronti a buttarsi a capofitto sulla situazione come avvoltoi sulle carcasse, questi "giornalisti" ripetono a comando la storia raccontata, a volte solo gonfiandola un po', giusto per dare ancora più risalto alla faccenda. In molti blog e siti, radio e giornali, televisioni, l'atto diventa "sesso", non più "sesso orale". La discussione ora si sposta persino sulla pena: 4 giorni a lei e 1 a lui. Il motivo, secondo i vari quotidiani, sarebbe perché lei è entrata nel bagno dei maschi.

Il mestiere del giornalismo è un mestiere serio. Non lo si può prendere alla leggera, non è un gioco.
Vorremmo solo capire: è più importante la verità o lo scoop?

Ciò che scriviamo parte da una premessa fondamentale: crediamo fermamente che tutte le descrizioni, le narrazioni, gli episodi di cronaca e il report degli avvenimenti che formano gli articoli dei giornali debbano avere alle spalle un lavoro di ricerca della veridicità dei fatti, una fase di reperimento delle prove e di documenti che possano dimostrare e confermare ciò che nell'articolo si afferma.

Riteniamo questo un dovere quasi morale, sicuramente civile, di giornali e di giornalisti (in primis) e di chiunque si accinga a distribuire informazioni su fatti di ogni genere e a descriverne le dinamiche. Un obbligo necessario se si considera come inviolabile uno dei diritto di lettori, ascoltatori, spettatori: quello di avere garantite la veridicità e l'attendibilità delle fonti che hanno portato alla stesura dell'articolo.

Osservando il processo che ha portato alla pubblicazione di quella che molti credono la vera versione dei fatti del caso Einaudi, come qualcuno l'ha soprannominato, non abbiamo trovato nulla di tutto ciò. Noi abbiamo fatto quello che qualcuno pagato per svolgere il proprio mestiere avrebbe dovuto fare: abbiamo chiesto alla professoressa interessata, ai ragazzi che per primi sono venuti a conoscenza del fatto, ci siamo confrontati con gli stessi ragazzi "incriminati". Tra le conclusioni ce n'è una che potremmo quasi definire inquietante: una minima indagine o un'azione di verifica non c'è mai stata. Nessun giornalista ha mai, seriamente, cercato di contattare chi di dovere con l'intento di andare a fondo sulla faccenda, nessuno di loro ha avuto informazioni veritiere da parte di docenti o alunni direttamente interessati, nessuno di loro ha avuto dichiarazioni che si possano dire attendibili da parte di qualche testimone. O meglio, hanno cercato di averle, ma solamente dopo venerdì, giorno della pubblicazione dell'articolo scatenante. Ma in quel caso si cercava benzina da aggiungere al fuoco, non altro.

A questo punto, quindi, ci sorge spontaneo un dubbio: da quali canali informativi provengono le versioni dei fatti che sono apparse pubblicamente?Quali sono state le fonti che hanno portato alla trasmissione di una notizia simile a livello nazionale?

Una prima risposta ce la siamo data. Le chiacchiere, i passaparola tra amici fuori da scuola e il "tam tam in rete" di cui si parla in pressoché tutti i pezzi, sono stati i canali sui quali ci si è basati e dai quali ci si è documentati. I commenti di ragazzi, con tutte le storpiature del caso, ci sembrano, personalmente, tutt'altro che fonti attendibili.

Il teatrino che è stato montato dietro a questa storia, uno scenario fatto di giornalismo di bassa qualità, di abuso di libertà di informazione, quasi libertà di diffamazione, cieca, davanti alla dignità di due ragazzi, orientata alla ricerca dello scoop e del titolo che vende, è una realtà totalmente inaccettabile. La mancanza di prove certe, di qualcosa che assomigli il più possibile alla verità, per come la vediamo noi, non deve e non può lasciare la libertà al cronista di cambiare i fatti o di racimolare a fatica qualche informazione fasulla sui canali che al giorno d'oggi sono i più invitanti per i cacciatori di notizie da prima pagina.

Dovizia di particolari e superficialità nel rifilare presunte verità ai lettori sono state riservate alla punizione data ai due ragazzi. Attorno a questo provvedimento l'Italia intera si è espressa: assessori, portavoce di associazioni di studenti, psichiatri, esponenti politici, sociologi: tutti a gettar sentenza e tutti a dire la propria, pronti ad accusare a destra e a manca di maschilismo e di bigotteria. Tutti sicuri, quanto sicure sarebbero marionette guidate da uno stesso burattinaio, nell'affermare che tale punizione, più aspra per la ragazza, fosse dovuta esclusivamente al fatto che i due si trovavano nel bagno dei maschi.

Altro errore, di contenuto oltre che di metodo. Intanto sulle "cifre": il ragazzo è stato mandato a casa in anticipo nella giornata del fattaccio. Sono due le ore di sospensione, non un giorno. Nell'assegnare la punizione alla ragazza (per la quale i giorni sono tre, non quattro) si è invece tenuto conto di una serie di altri motivi che non abbiamo noi né il diritto né l'autorizzazione a giustificare. Ma per questo non ci lanciamo in difese o in attacchi della decisione. A tal proposito le parole più sensate le ho sentite pronunciare da uno degli assessori di Bassano del Grappa, che ha detto: "Non ho abbastanza elementi per valutare la faccenda, quindi prima di esprimermi voglio informarmi". Con tanto di lezioni di civiltà ai grandi moralisti che hanno scritto, detto e giudicato un provvedimento di cui non sapevano nulla. Un appello: pretendete una spiegazione, per tutto e sempre. Chiedetela a gran voce se serve, ne avete il diritto, oltre che il dovere. Nessuno con un po’ di buonsenso ve la negherà. In più, il preside Pone si è già espresso efficacemente per quanto riguarda la punizione, crediamo possa bastare

Siamo studenti disgustati, amareggiati da tutto ciò. Ancora ci stiamo chiedendo come possa un bacio diventare sesso orale e poi sesso e basta. Ma al di là dell'atto, che nessuno, salvo i due ragazzi, potrà testimoniare con veridicità, ciò che condanniamo è il modo con cui è stata pubblicata la notizia e si sono svolti i successivi e sommari processi, il tutto per creare scalpore e gridare allo scandalo. Strategia di marketing azzeccata, ma decisamente squallida.

Pretendiamo sia fatta chiarezza circa quello che è stato pubblicato. Troppe versioni, troppi sarcasmi e giudizi gratuiti senza avere in pugno un briciolo di conoscenza dei fatti. Un caso questo, che oltre alla rabbia per un ingiusto rumore mediatico che ha dato un'immagine falsa ai ragazzi coinvolti, porta con sé una riflessione più ampia verso il modo di fare informazione in Italia. Noi siamo sempre fiduciosi in una nobilitazione e in una professionalizzazione della stampa, ma la nostra denuncia meriterebbe lo stesso clamore che la notizia iniziale ha generato, se non un rumore maggiore, per debellare una volta per tutte il morbo della mala-informazione nel nostro Paese.

Ci sembra di sentire già i cinici, o coloro che con queste nostre parole si sono sentiti attaccati, dire che non siamo stati noi ragazzi a scrivere queste cose, che dietro c'è qualcun'altro. O dire che abbiamo solo inventato una storia a regola d'arte per difendere la nostra scuola. Diranno che ci stiamo arrampicando sugli specchi, che siamo parte di una generazione che cerca di difendere i propri errori adducendo scuse banali e non credibili. Diranno molte cose, diranno di tutto, come hanno già fatto per un caso mai esistito. Poco importa.

Siamo uomini e donne (siamo giovani? E' vero, ma siamo molto più uomini e molto più donne di chi ha lucrato e sentenziato su questa vicenda senza un minimo di tensione interiore verso la verità) che scrivono mossi dal desiderio di fare chiarezza, di dire la verità. Non c'è nessuno dietro a noi, i fili da burattini che sembrano legare tante, troppe persone, li abbiamo già tagliati tempo fa. Ma, soprattutto, abbiamo ben chiaro che il telefono senza fili è solo un gioco per bambini. Quando si parla di cose serie, noi vogliamo essere sicuri di ciò che diciamo. Forse qualcuno dovrebbe fare (e pensare) alla stessa maniera.

I rappresentanti dei ragazzi dell’Einaudi

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Cari studenti dell'Einaudi, avete tutto il diritto di dire la vostra opinione e per questo abbiamo pubblicato la lettera integrale senza alcun nostro intervento. Non vogliamo contestare esplicitamente nessun argomento, neppure l'asserita disponibilità della scuola a fornire fin dall'inizio ampie spiegazioni ai mezzi di comunicazione, perché non è questo il luogo per farlo. Soltanto due precisazioni:
1. L'inevitabile necessità di sintesi vi ha portato ad attribuire a tutti i mass media un'unica versione quando, in realtà, le sfumature ci sono state, soprattutto a livello locale (è possibile leggere i nostri tre articoli cliccando su questi link: primo, secondo, terzo)
2. Scoop non è una parolaccia e non è il contrario di verità: si può fare uno scoop (anche con un "titolo che vende") e raccontare la verità.

La redazione web

giovedì 23 febbraio 2012



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