Psicomotricità: corpo, movimento e gioco
per combattere i disturbi dei bambini

PER APPROFONDIRE: disabili, arep, villorba, psicomotricità

di Serena Vazzoler *

TREVISO - Psicomotricità. Probabilmente vi sarà capitato di sentire questo termine collegato ai bambini o all’ambiente scolastico o a quello sanitario e probabilmente vi sarà sorta la domanda: “ma che cos’è e a che cosa serve la psicomotricità?!”. Cercare di dare qui un’unica risposta esaustiva, che tenga conto degli anni di storia, delle correnti diverse e delle nuove frontiere di ricerca di questa professione (che correttamente è riconosciuta sotto il nome di Terapia della Neuro e Psicomotricità dell’età evolutiva), sarebbe utopico. Infatti il lavoro dello psicomotricista per definizione è molto flessibile e adattabile, come lo deve essere un approccio che si indirizza ai bambini, che per loro natura sono unici e non omologabili.

Ma cerchiamo comunque di capirci un po’ di più. L’etimologia della parola "psicomotricità" ci fa intuire che riguarda sia il movimento, sia l’aspetto psicologico (corpo/mente). Recenti studi hanno confermato che la vita psichica di un individuo inizia già nel periodo intrauterino grazie alle percezioni e sensazioni corporee che il feto vive nel grembo materno. Il corpo ed il movimento, quindi, sono le dimensioni esperienziali che stanno alla base della formazione del pensiero. Questi due termini sono le basi su cui trova fondamento la psicomotricità. Da queste si collega poi il concetto di gioco spontaneo.

Già Platone riconosceva che “si può conoscere di più su un bambino in un'ora di gioco che in un anno di conversazione” e con questa intuizione si sottolineava come, soprattutto nel primo decennio di vita, il linguaggio con cui il bambino esprime se stesso non è tanto quello verbale, ma è proprio quello del corpo, del movimento e dell’azione che si concretizza nel gioco. Per lo psicomotricista che lavora (come all’Arep) in riabilitazione, il gioco diviene sì uno strumento e una chiave di lettura fondamentale per indagare il mondo psichico ed emotivo dei bambini, ma allo stesso tempo la sua evoluzione positiva diventa un obbiettivo terapeutico.

La filosofia generale che guida l’intervento psicomotorio terapeutico è caratterizzata dalla competenza dello psicomotricista di “prestare”o “offrire” al bambino le proprie capacità per sopperire alle sue difficoltà, così che il gioco possa “essere giocato bene”, nonostante le carenze (neurologiche, neuropsicologiche, cognitive, sensoriali, relazionali, psicologiche, socio-parentali) che né impediscono il naturale funzionamento.

Quando è utile e a chi si rivolge quindi la terapia psicomotoria?

La terapia psicomotoria individuale è utile quando si verificano blocchi o di rallentamenti nel processo di maturazione psico-corporea dei bambini: disturbi dell’espressività motoria, ritardi dello sviluppo psicomotorio, ritardi cognitivi, disturbi e ritardi del linguaggio, difficoltà relazionali (aggressività o inibizione), difficoltà comportamentali. Si rivolge solitamente ai bambini di età compresa solitamente tra i 0 e gli 8-9 anni.

L’originalità di questa pratica riabilitativa sta nella semplicità dei mezzi attraverso i quali si realizza: è attraverso il corpo, il movimento, l’azione di gioco, (che si distingue in senso motorio, simbolico e di socializzazione), la relazione e il materiale del setting (cubi, rettangoli di gomma piuma, materassi, palle, teli,corde,..) che il terapista opera poi per far evolvere positivamente queste situazioni di difficoltà. Lo psicomotricista potrebbe essere quindi paragonato ad un “enzima”, ad un facilitatore dello sviluppo del bambino che attraverso l’interazione di gioco lo guida nel passare “dall’essere un corpo, al riconoscersi come corpo” (definizione ANUPI- Napoli 1997).


* Terapista della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva dell’Arep


Arep

lunedì 10 ottobre 2011



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